La canonizzazione di Giovanni Paolo II

Anche se non è ancora trascorso un periodo di tempo sufficiente per mettere a fuoco e comprendere nei dettagli le strategie socio – politiche messe in atto dalla Chiesa Cattolica sui vari scenari del mondo nel corso della seconda metà de XX secolo, non si può fare a meno di prendere in considerazione ed analizzare l’operato di Giovanni Paolo II, non solo perché dopo 456 anni veniva eletto un papa non italiano, ma anche perché il suo cammino politico , essendo stata la durata del suo pontificato una delle più lunghe della storia della Chiesa, ha influito enormemente sugli equilibri politici, strategici ed economici mondiali.
L’elezione di un papa di origine slava, per di più nativo della Polonia, una Nazione satellite del rigido regime comunista sovietico, aprì grandi interrogativi e preoccupate reazioni sui possibili mutamenti del quadro politico-militare internazionale.La notizia dell’elezione di Karol  Wojtyla fu accolta con molta freddezza non solo dalle autorità comuniste polacche, ma anche dal Cremlino che vedeva, nell’elezione di un papa polacco, un evidente disegno dell’occidente per giungere ad una definitiva destabilizzazione dell “Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Eletto al rango di successore di Pietro a soli cinquantotto anni, nel pieno possesso di tutte le sue energie fisiche e psichiche, Giovanni Paolo II è stato, con assoluta certezza, il papa che ha più viaggiato nel mondo e che ha incontrato un numero sterminato di fedeli.
<< Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo >>. Queste furono le prime parole che il pontefice, il 22 ottobre del 1978, pronunciò nell’omelia ufficiale che dava inizio al suo papato. Una ventata di commozione e di gioia percorse, poi, l’intero territorio polacco quando, nel giugno del 1979, un figlio della Polonia faceva ritorno in patria come capo della chiesa cattolica. Alla celebrazione della messa in piazza della Vittoria, a Varsavia, parteciparono centinaia di migliaia di fedeli che rivelarono così non solo la profonda anima cattolica del popolo polacco, ma anche un forte desiderio di indipendenza dall’oppressivo sistema politico sovietico.
<< Per la sua esperienza polacca, Karol Wojtyla conosceva bene la dottrina marxista e quelle che erano state le applicazioni concrete. E, proprio per questo, non credeva nella possibilità di alcuna evoluzione del sistema comunista. E neppure credeva che potesse esistere un comunismo dal “volto umano”, poiché il marxismo priva l’uomo della sua libertà e quindi ne limita la capacità di sviluppo, di azione. Oltre tutto l’ideologia marxista, sostenendo che la religione è “l’oppio dei popoli”, propagandava l’ateismo, non riconosceva la libertà di coscienza né quella delle Confessioni religiose. Era dunque difficile conciliare la posizione della Chiesa con il marxismo ed il comunismo >> (Stanislao Dziwisz-Una vita con Karol; conversazione con Gian Franco Svidercoschi- BUR; p. 112). Nell’enciclica “Centesimus Annus” di Giovanni Paolo II (1978-2005) è possibile evidenziare non solo la sua intransigenza nei confronti del marxismo che, a ben vedere, ha molti punti in comune che collimano con diverse allocuzioni del Nuovo Testamento, ma anche e soprattutto la sua difesa ad oltranza del concetto capitalistico di proprietà privata come diritto inalienabile dell’uomo: << Le lotte che hanno condotto al crollo del marxismo […]. La crisi del marxismo non elimina nel mondo le situazioni di ingiustizia e di oppressione […]. La caduta del marxismo naturalmente ha avuto effetti di grande portata […]. La soluzione marxista è fallita […]. >> (Giovanni Paolo II -Centesimus annus- EDB; l’anno 1989; p.p. 30,33,34,49.) Le dichiarazioni dell’attuale cardinale Stanislao Dziwisz, segretario di Giovanni Paolo II per l’intero pontificato, otre all’ossessione di Giovanni Paolo II nei confronti del marxismo, mette in evidenza la volontà della Chiesa cattolica di penetrare, con l’elezione di un papa polacco, nelle strutture politico-strategiche del blocco sovietico per indebolire il sistema comunista, costringendo il potere ad aprirsi nei confronti del popolo, dando attuazione a riforme e cambiamenti istituzionali che avessero posto al centro del vivere quotidiano più democrazia e più rispetto per gli inalienabili diritti umani. Bisogna anche puntualizzare, però, che il pontefice non ebbe alcuno scrupolo nel mettere a repentaglio quei delicati meccanismi politici che fino a quel momento avevano permesso un sostanziale mantenimento della pace nel mondo attraverso il precario “equilibrio del terrore”.
Già sin dagli inizi del suo pontificato Giovanni Paolo II dichiarò che la sua pastorale si sarebbe ispirata ad una linea di sostanziale equidistanza fra il sistema comunista, dominante all’epoca nei paesi dell’est ed il liberismo capitalistico su cui si fondava la visione politico-economica occidentale sottolineando che << La Chiesa vuole mantenersi libera di fronte agli opposti sistemi così da optare per l’uomo >>. Queste dichiarazioni del pontefice però non furono né veritiere né profetiche, poiché nella sua lunga azione politico-religiosa egli appoggiò senza se e senza ma, come vedremo in seguito, tutte quelle opzioni politiche tendenti a delegittimare i movimenti di liberazione popolari di ispirazione marxista. Questa ferrea volontà di Giovanni Paolo II di penetrare all’interno del sistema di potere sovietico  per indebolirlo e disarticolarlo fu causa di una rivoluzione vera e propria. Nel luglio del 1980 gli operai dell’industria metallurgica di Varsavia e dei cantieri Lenin di Danzica organizzarono, per la prima volta in Polonia, scioperi con cui si richiedevano non solo aumenti salariali ma anche una riforma che riconoscesse il diritto di sciopero.
Capo riconosciuto della giusta contestazione operaia fu un elettricista di nome Lech Walesa che, alla fine di agosto del 1980, riuscì ad ottenere un accordo con le autorità comuniste polacche che sanciva il riconoscimento del sindacato indipendente Solidarnosc e il diritto allo sciopero. Le richieste del sindacato Solidarnosc, con l’appoggio incondizionato della Santa Sede, non si fermarono però al solo riconoscimento del diritto di sciopero ed alla richiesta di aumenti salariali ma si spinsero oltre fino a mettere in dubbio tutti quegli equilibri politici e strategico militari  sanciti a  Yalta fra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale che avevano, sostanzialmente, diviso il mondo in blocchi contrapposti ma che avevano, però, anche garantito la pace attraverso il precario “equilibrio del terrore”.
La proclamazione dello stato d’assedio il 13 dicembre del 1981, la legge marziale imposta dal generale Wojciech Jaruzelski, l’arresto di Lech Walesa e di molti altri sidacalisti, i morti causati dagli scioperi in seguito ai violenti scontri fra operai e militari del patto di Varsavia, fecero salire a livelli altissimi la tensione fra USA ed URSS. I due viaggi pastorali effettuati in Polonia da Giovanni Paolo II nel giugno del 1983 e nel giugno del 1987 in cui il pontefice incontrò sia il generale Jaruzelski sia Lech Walesa portarono non solo al definitivo riconoscimento del sindacato Solidarnosc ed all’elezione di Walesa a presidente della Repubblica polacca ma, successivamente, la rivoluzione della Polonia, appoggiata dal Vaticano con ingenti capitali provenienti dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi controllato dallo IOR di Marcinkus, si propagò come un  incendio in quasi tutti i paesi dell’est europeo causando la caduta dei regimi comunisti e la frantumazione dell’URSS.
A mio avviso Giovanni Paolo II, spinto dal suo rifiuto viscerale nei confronti dell’ideologia marxista, con l’appoggio incondizionato dell’Occidente e degli USA, giocò una spregiudicata e pericolosa partita politica, sicuramente poco degna di un vicario di Cristo, che avrebbe potuto spingere l’umanità intera verso il baratro di una catastrofica guerra nucleare in cui non ci sarebbero stati né vincitori né vinti.
Per poter fare però un’approfondita e seria analisi socio-politica, in grado di esprimere un sincero ed imparziale giudizio globale sull’operato religioso, pastorale e politico condotto da Giovanni Paolo II nel corso del suo lungo pontificato in numerose Nazioni diverse per lingua, tradizioni, ideologia e struttura politica, bisogna tornare agli inizi del suo papato e prendere in considerazione non solo le visite pastorali che egli effettuò in molti paesi latino-americani come il Messico, il Nicaragua, El Salvador, il Cile, l’Argentina o il Brasile, ma anche gli atteggiamenti diplomatici tenuti dalla Santa Sede nei confronti delle feroci dittature di destra di ispirazione capitalistica che, fra il 1970 ed il 1990, caratterizzarono e dilaniarono la politica e l’economia dell’intera America Latina.
L’affermazione del pontefice, secondo cui la Chiesa avrebbe dato voce solo ed esclusivamente alla forza ed alla giustizia derivante dalla dottrina evangelica, si rivelò del tutto inattendibile, priva di qualsiasi riscontro pratico e quindi  lesiva della dignità stessa di vicario di Cristo dal quale i popoli si aspettavano verità, moralità ed azioni tese al servizio di una maggiore giustizia sociale. In effetti la gerarchia vaticana condannò e non accettò mai l’impegno sociale delle chiese latino-americane che, esprimendosi attraverso la “Teologia della liberazione”, si opponevano non solo alla sfruttamento selvaggio dei poveri, ma anche alla feroce repressione delle dittature militari che, con brutali colpi di stato, avevano sovvertito i verdetti popolari scaturiti da libere elezioni democratiche.
Nell’aprile del 1964 un colpo di stato militare depose il legittimo governo brasiliano senza spargimento di sangue ma con centinaia di desaparecidos oppositori  del regime; l’11 settembre del 1973 un cruento colpo di stato militare, guidato dal generale Augusto Pinochet Hugarte comandante dell’esercito cileno, annientò con una feroce e sanguinosa azione militare il governo socialista di Salvador Allende eletto con regolari e democratiche elezioni popolari. Il legittimo presidente fu subito assassinato insieme ad oltre duemila cittadini e migliaia di oppositori del regime furono fatti sparire senza lasciare traccia. Nel 1976 Isabelita Peron fu deposta con un colpo di stato militare da Jorge Rafael Videla Redondo comandante dell’esercito argentino che governò l’Argentina con pugno ferreo attraverso una sistematica violazione dei diritti umani e con l’assassinio di migliaia di oppositori politici. Bisogna evidenziare che i molti colpi di stato che insanguinarono l’America Latina tra il 1970 ed il 1990 furono appoggiati dal governo americano del presidente Nixon, ma soprattutto dal segretario di stato Kissinger che, promuovendo ed avallando la famosa “Operazione Condor” con la collaborazione delle dittature militari, diede inizio ad una serie di interventi politici, finanziari e strutturali per evitare che, sulla scia della rivoluzione Castrista, si affermassero, nei paesi latino-americani per “L’irresponsabilità dei suoi popoli”, regimi comunisti che avrebbero danneggiato irreversibilmente gli interessi delle molte multinazionali americane operanti nella regione.
Ma quale fu l’atteggiamento della Chiesa cattolica nel tormentato scenario politico-economico del continente Sudamericano? Le condizioni di sfruttamento delle classi meno abbienti da parte dei latifondisti e delle multinazionali americane negli anni settanta – ottanta erano ormai divenute insostenibili. I cattolici locali, sulle orme del Vangelo di Cristo, sposarono decisamente la causa degli oppressi e degli sfruttati e, con una prassi politica denominata “Teologia della liberazione”, criticavano apertamente l’efferato comportamento dei governi militari che avevano conquistato il potere con brutali colpi di stato. L’approfondita riflessione etico – morale emersa dai libri di Gustavo Gutierrez e di Leonardo Boff oltreché dai dibattiti e dalle discussioni sulla teologia della liberazione, la quale proponeva non una saldatura o un’alleanza politica con i partiti laici di ispirazione marxista, ma solo un dialogo ed una collaborazione per rendere più umana la vita delle popolazioni povere ed indigenti, fece sì che nella terza conferenza del CELAM a Puebla, l’episcopato latino-americano decidesse per una politica di solidarietà con le classi oppresse. Questa strategia delle chiese locali non piacque  Giovanni Paolo II ed alle alte cariche della gerarchia vaticana: <<Ma anzitutto c’era la preoccupazione per come affrontare il discorso della teologia della liberazione. Questa teologia era riuscita ad esprimere l’anima profonda del cattolicesimo latino-americano; ma, “inquinata” dalle correnti più radicali, portatrici di deviazioni dottrinali e pastorali, aveva finito con l’identificare la missione evangelizzatrice con un’azione rivoluzionaria>>. ( Stanislao Dziwisz- Una vita con Karol- BUR, P. 72 )
Fu l’arcivescovo Oscar Romero, dagli altari delle chiese del piccolo stato centro-americano di El Salvador, a denunciare le stragi di contadini, di studenti, di sindacalisti, di politici, di religiosi messe in atto dal governo di destra e dagli “Squadroni della morte” al comando del maggiore Roberto D’Abuisson finanziati dagli USA dell’allora presidente Jimmy Carter. L’arcivescovo Romero protesta energicamente nei confronti degli Stati Uniti d’America recandosi a Roma, in Vaticano, per illustrare a Giovanni Paolo II la grave situazione salvadoregna ed ottenere così aiuto e sostegno dalle alte gerarchie ecclesiastiche. Nel maggio del 1979, dopo un’anticamera di sette giorni, l’arcivescovo riesce ad ottenere una breve udienza papale; presenta a Giovanni Paolo II una raccolta di documenti sulla violazione dei diritti umani in El Salvador. ” Sia prudente, faccia denunce circostanziate” gli suggerisce il papa; “Non mi porti troppe carte, non ho tempo per leggerle e poi cerchi di andare d’accordo con il governo”. Confidò monsignor Romero, che era uscito dal colloquio in lacrime: “il papa non mi ha capito, non può capire poiché El Salvador non è la Polonia”. Il 24 marzo del 1980 Oscar Romero fu ucciso con un preciso colpo di fucile al cuore, mentre stava celebrando messa nella cappella della Divina Provvidenza, da un cecchino appartenente agli squadroni della morte.
In effetti in quei terribili anni caratterizzati dalla violenza, dalla sparizione di migliaia di oppositori politici, dalle torture, ma anche dal grido di dolore che si alzava dalla voce dei cattolici sud americani e che usciva dal petto delle “Madres de Plaza de Mayo” alla ricerca dei loro figli scomparsi, Giovanni Paolo II considerò più utile e conveniente approvare le strategie politiche degli USA di appoggio incondizionato alle dittature di estrema destra ed osteggiare la “Teologia della liberazione” la quale, sostenendo le istanze socio-economiche dei poveri, degli oppressi degli emarginati, nel pieno rispetto delle concezioni etico-morali dettate dal Vangelo di Cristo, dava inevitabilmente la sensazione di coincidere e collimare con le concezioni socio-economiche espresse dal marxismo, aborrite da Giovanni Paolo II.
La prova più evidente del sostegno del pontefice alle giunte militari di estrema destra si ebbe nel momento in cui egli si affacciò al balcone del palazzo presidenziale insieme al feroce dittatore golpista cileno Augusto Pinochet consolidando e dando credito internazionale ad un regime sanguinario ed illegittimo e ad un dittatore che si era macchiato le mani del sangue del suo stesso popolo. Nell’intervista che il cardinale Roberto Tucci  rilascia all’Osservatore Romano il 23 dicembre del 2009 si afferma che il dittatore cileno costrinse Giovanni Paolo II ad affacciarsi insieme a lui al balcone della Moneda contro la sua volontà usando un ingannevole e misero espediente: << Secondo i patti – che avevo concordato su precise disposizioni del Papa – Giovanni Paolo II ed il presidente non si sarebbero affacciati per salutare la folla. Wojtyla era molto critico nei confronti del dittatore cileno e non voleva apparire accanto a lui […]. Con una mossa studiata […] passarono davanti ad una grande tenda nera chiusa – ci raccontò il Papa furioso – e Pinochet fece fermare lì Giovanni Paolo II, come se dovesse mostragli qualcosa. La tenda fu aperta di colpo ed il pontefice si ritrovò davanti al balcone aperto sulla piazza gremita di gente >>. In realtà esistono due filmati dell’incontro ufficiale tra Giovanni Paolo II e Pinochet che dimostrano il contrario: << Il presidente accolse da subito il Papa al suo fianco sul balcone che dava sulla piazza. La “tenda nera” era già aperta e faceva intravvedere la folla. Terminate le presentazioni, all’invito di Pinochet di affacciarsi al balcone, il Papa annuì e si diresse senza visibili tentennamenti verso di esso. Si può controllare nella parte finale del primo video e nella parte iniziale del secondo >> [( Sandro Magister – l’espresso blog Settimo Cielo).
(http://www.youtube.com/watch?v=4mVctpwFM9k&feature=related);(http://www.youtube.com/watch?v=xRdeAyRCnik&feature=related )].
L’evidente menzogna del cardinale Tucci nel raccontare gli eventi che ebbero luogo  nel corso della visita in Cile di Giovanni Paolo II è indicativa dell’imbarazzo della Chiesa  che, invece di condannare senza se e senza ma gli efferati crimini di un regime fascista golpista, lo legittimava, lo consolidava agli occhi del mondo per mezzo del suo più alto rappresentante, il papa, il vicario di Cristo il quale non ebbe nessuna esitazione nello stringere la mano di un dittatore lorda del sangue del suo stesso popolo.
Eppure non appena Giovanni Paolo II morì in Piazza San Pietro apparvero gli striscioni con su scritto “Santo subito”. Non ci si discosta molto dalla verità, a mio avviso, nel pensare che la campagna per canonizzare Karol Wojtyla fosse stata orchestrata dagli stessi vertici vaticani per onorare colui che aveva sconfitto l’ideologia marxista abbattendo e disarticolando il blocco dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Ora, la santificazione di un uomo o di una donna ha un senso solo ed esclusivamente per coloro che hanno fede e che quindi credono nelle liturgie e nelle dogmatiche cattoliche. Bisogna dire, inoltre, che l’elezione alla santità per i cattolici può essere ottenuta, dopo la morte, grazie ad una condotta di vita irreprensibile dedicata non solo al bene generale di tutti gli uomini senza distinzione di razza, di cultura o di credo religioso ma anche al rispetto generale di tutte le forme di vita, anche di quella animale. Il santo cioè dovrebbe condurre una vita simile a quella condotta  dal santo per eccellenza: san Francesco.
In effetti, per coloro che credono Il “santo” è parte integrante della gloria divina ed è tenutario, a pieno titolo, di tutta la soprannaturalità che gli deriva dalla sua vicinanza a Dio e dalla sua permanenza eterna in paradiso. A lui i fedeli possono rivolgersi, nelle loro preghiere, per ottenere una protezione divina che li metta al riparo da pericoli, da malattie, da tentazioni inducenti al peccato, oltreché per chiedere miracoli per se o per i loro più stretti parenti.
Per i non credenti, che sono la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, la santificazione non ha senso alcuno poiché, dopo la morte, la personalità dell’uomo finisce con la corruzione completa del suo corpo; non esiste, per costoro, né il Dio trascendente biblico, né il paradiso; l’uomo non risorgerà a piena vita né, tanto meno, sarà in grado di fare miracoli ad esempio come quello fatto da Giovanni Paolo II necessario, secondo la teologia cattolica, per essere elevato al rango di “santo” e su cui è bene soffermarci un attimo.
Nell’aprile de 2011 la costaricana Floribeth Mora Diaz fu ricoverata, con procedura d’urgenza, al pronto soccorso dell’ospedale “Max Peralta” di Cartago per fortissimi mal di testa. Alla signora fu diagnosticata la rottura d un “aneurisma fusiforme di un’arteria cerebrale” che non la dava alcuna speranza di vita tanto che la donna fu riportata a casa per farla morire nel proprio letto. Erano quelli i giorni della beatificazione di Giovanni Paolo II e la donna a lui si rivolse per la sua guarigione. La signora Floribeth nella notte sognò il pontefice beatificato che le diceva: ” Alzati e cammina” e al suo risveglio lei fu in grado di camminare, di salire le scale, di uscire poiché, come fu accertato dai successivi test clinici, era completamente guarita dal suo male incurabile.
Ora, L’attendibilità di un miracolo viene valutata da una speciale commissione denominata “Consulta” che è costituita da soli medici cattolici con l’ausilio  di altri medici non sempre adeguatamente critici verso i fenomeni miracolosi e con la presenza di alcuni teologi. Sarebbe opportuno invece che, casi così importanti, tali da mettere in gioco la fede di milioni di fedeli venissero discussi, approfonditi e certificati in appositi convegni internazionali anche con il contributo e l’avallo di medici specialisti non credenti o addirittura atei e non in Consulte di parte, composte da cinque medici e tre teologi tutti cattolici magari presiedute da un illustre  chirurgo che crede nelle statuette che lacrimano sangue (Maurizio Magnani – Spiegare i miracoli – edizioni Dedalo; p. 209).
Sembra semplicemente incredibile ma nel laborioso processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II non si è tenuta in alcuna considerazione la sua storia terrena fatta per lo più di azioni di parte tendenti a favorire una determinata prassi politica identificabile in quel’egoistico sistema capitalistico golpista che, per salvaguardare i propri interessi terreni, aveva ribaltato la democratica volontà popolare con efferati colpi di stato avvenuti in Sud America tra il 1970 ed il 1990. Al contrario il pontefice polacco, appoggiando incondizionatamente il sindacato Solidarnosc, non si è risparmiato per destabilizzare il sistema comunista vigente nell’ultima metà del XX secolo nei paesi dell’est europeo ed identificabile nell'”Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche”.
Interessante e significativa è la lettera che il presidente del banco Ambrosiano, Roberto Calvi, pochi giorni prima della sua morte per impiccagione sotto il ponte dei Frati Neri a Londra,  indirizza a Giovanni Paolo II. << Santità […] sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest; sono stato io che, di concerto con autorità vaticane, ho coordinato in tutto il Centro-Sudamerica la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato proprio da queste stesse autorità […] >> (Corrado Augias – I segreti del Vaticano; Mondadori, p.229 ). Come è stato possibile dimenticare così platealmente la storia di un papa che ha inciso così profondamente nella storia recente del nostro pianeta? Com’è stato possibile propinare a milioni di fedeli la figura di un pontefice avulso da qualsiasi partigianeria ma interessato a fare solo il bene dell’umanità intera quando invece la sua prassi politica era tesa alla sconfitta del marxismo ed all’appoggio pieno ed incondizionato ad un capitalismo intollerante e feroce? Ed ancora com’è possibile che stimati ed importanti vaticanisti durante la diretta televisiva della canonizzazione di Giovanni Paolo II, che è costata allo Stato Italiano la ragguardevole somma di oltre quindici milioni di Euro,  si sono spesi in lodi e riconoscimenti che, ignorando completamente la storia, hanno avallato pienamente ed incondizionatamente la moralità e la santità del pontefice polacco? Ma la domanda che più inquieta non solo le coscienze dei cattolici ma soprattutto le coscienze dei non credenti è il constatare il silenzio di papa Francesco sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II, poiché egli sicuramente è a conoscenza, forse molto più di tanti altri personaggi, dei terribili fatti che negli anni 1970 – 1990 insanguinarono l’America Latina.

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