Il capitalismo distruggerà il mondo

Attualmente, fra tutte le riforme sociali messe in campo dal governo Renzi, la riforma del lavoro è sicuramente la più importante ed urgente, poiché si pensa che essa possa essere un valido strumento per diminuire la disoccupazione generale, ma soprattutto quella giovanile che oggi, rispettivamente, si attestano intorno al 12,6% ed al 43,7%. Si ricostruirebbe così e si darebbe nuovo vigore ad un ciclo virtuoso fra consumi e produzione che, favorendo la crescita economica, potrebbe aiutare il Paese ad uscire dalla grave crisi economica che perdura oramai da più di sei anni.
Oggi il governo, forse colpevolmente, sta trascurando la riforma del lavoro per dare priorità alle pur urgenti riforme costituzionali, come la riforma del Senato e della legge elettorale che dovrebbero, rispettivamente, snellire e rendere più veloci le procedure per l’emanazione delle leggi con il superamento del bicameralismo perfetto e dare la certezza della governabilità del paese con una legge elettorale maggioritaria  a doppio turno.
Bisogna dire tuttavia che qualcosa è già stato fatto, attraverso il Jobs act, per dare inizio alla riforma del lavoro grazie al decreto legge n. 34 del 20 marzo 2014 convertito nella legge n. 78 del 16 maggio 2014 che si propone di riordinare e razionalizzare una normativa del lavoro che è stata radicalmente stravolta nell’arco degli ultimi dieci anni.
In effetti tutti i pilastri su cui si reggeva, fino al duemila, il mercato de lavoro sono stati stravolti sia dall’avvento di governi di destra che, in un decennio circa, non sono stati in grado di portare a termine quella rivoluzione liberale promessa agli Italiani che avrebbe dovuto creare lavoro, benessere e crescita economica, sia ad un endemico indebolimento delle forze sindacali perennemente divise fra loro le quali, colpevolmente, hanno contribuito ad un graduale ed inarrestabile rafforzamento del capitalismo.
Ad esempio il contratto collettivo del lavoro a livello nazionale della durata di tre anni è stato progressivamente svuotato ed accantonato con un silenzio imbarazzante dei sindacati ed al suo posto è subentrata una subdola forma di contrattazione aziendale locale con l’introduzione di varie tipologie di contratti anche individuali, veri e propri contratti capestro che, grazie alla flessibilità, alla precarietà e all’instabilità del posto di lavoro, sono risultati  estremamente svantaggiosi per la classe lavoratrice.
Oggi, ad esempio, le imprese possono licenziare o assumere lavoratori a loro insindacabile giudizio. La maggiore flessibilità e la conseguente precarizzazione del lavoro sono stati i responsabili di una fortissima riduzione dei salari a favore dei profitti aziendali e delle rendite finanziarie originando, così, una ulteriore diminuzione dei consumi interni che è stata causa di un incremento significativo della crisi economica. Bisogna dire, inoltre, che il paese è oramai preda di uno scoraggiamento generalizzato che sta minando le basi ideali,  morali ed etiche caratteristiche della società italiana mettendo a dura prova gran parte dei sani principi economici su cui si reggeva, fino agli anni novanta, lo sviluppo socio-economico nazionale.
In effetti i giovani non hanno più la possibilità di potersi formare una famiglia per mancanza di una stabilità del lavoro che possa garantire lo scorrere sereno di una vita in comune; non possono accedere, a causa della stretta creditizia, a finanziamenti bancari per aprire imprese o accedere a mutui per acquistare una casa che dia sicurezza alla famiglia; le future generazioni poi, cioè i nostri nipoti, con i nuovi sistemi pensionistici, non saranno in grado di percepire un minimo trattamento pensionistico e, per coloro che oggi lavorano, essa si ridurrà di oltre il 50%.
Allargando lo sguardo all’andamento dell’intera economia mondiale non si può fare a meno di dire che le ricette degli economisti liberali applicate globalmente alla società umana non hanno risolto i problemi della crescita economica, anzi le loro ricette a favore di un capitalismo sempre più aggressivo ed egoista hanno aggravato la crisi economica mondiale causando  più disoccupazione ed una sempre crescente riduzione dei salari. In effetti l’eccessiva liberalizzazione dell’economia di mercato, voluta con ferma determinazione dal capitalismo mondiale non sostenuta più da regole certe e democratiche, ha provocato nei paesi occidentali, a partire dagli anni 1980, un eccezionale aumento dei profitti non solo nel campo della produzione industriale ma anche nel settore della speculazione finanziaria.
La maggior parte della ricchezza prodotta si è però concentrata nella mani di un ristretto numero di grandi capitalisti mentre la controparte, che materialmente ha prodotto la ricchezza, cioè la classe lavoratrice si è necessariamente e progressivamente impoverita ricevendo non solo salari sempre più bassi, ma anche un graduale smantellamento delle varie forme di assistenza sociale.
Questa politica scellerata e poco lungimirante del capitalismo mondiale ha avuto un impatto devastante sull’economia degli Stati occidentali, poiché la diminuzione dei salari e quindi il calo di potere d’acquisto delle famiglie hanno influito negativamente sulla domanda interna causando non solo una sostanziale riduzione della crescita economica ma anche una conseguente diminuzione dei profitti.
Ed allora dalla patria del capitalismo più bieco ed irresponsabile, cioè dagli Stati Uniti d’America, si è concretizzato, nei primissimi anni di questo secolo, un nuovo tipo di capitalismo, direi un capitalismo delinquenziale di tipo finanziario che, in nome del profitto, ha permesso volutamente alle classi meno abbienti americane di indebitarsi per mezzo di un eccessivo utilizzo di carte di credito per i consumi domestici, ma anche di accedere a mutui ipotecari immobiliari di valore molto elevati senza fornire garanzie alle banche creditrici, il che si traduce in un alto rischio di solvibilità dei contraenti.
Questo inedito sistema basato sul debito ebbe in un primo momento la capacità di aumentare la crescita economica sprigionando nuovi capitali e di conseguenza nuovo consumo, ma allo stesso tempo contribuì a creare la bolla immobiliare che fu la causa principale della catastrofica crisi economica che si evidenziò in tutta la sua gravità tra il 2008 ed il 2009.
Con la “cartolarizzazione”dei mutui immobiliari “subprime” e la loro vendita in pacchetti obbligazionari denominati ABS sui mercati finanziari internazionali, caratterizzati da alti tassi di interessi, le maggiori banche americane eliminarono dai loro bilanci il rischio concreto di rovinose perdite trasferendo su milioni d’ ignari risparmiatori sparsi in tutto il mondo i rischi di insolvenza legati ai mutui subprime. Ma la truffa vera e propria orchestrata dal capitalismo americano si ebbe allorquando le maggiori banche americane assemblarono più volte le stesse obbligazioni immobiliari subprime, già cedute dalle banche agli investitori di tutto il mondo, in obbligazioni di obbligazioni e rivendute più volte sul mercato finanziario mondiale raccogliendo una smisurata quantità di risorse monetarie.
Bisogna ricordare che nel corso del 2005, quando cioè iniziò a prendere forza e consistenza la crisi economica industriale con la perdita di milioni di posti di lavoro a causa della flessibilità e della precarietà volute ed introdotte anni prima dal famelico capitalismo americano, un’altissima percentuale di famiglie, non riuscendo più a pagare i ratei di mutuo immobiliare residuo alle banche creditrici, fu costretta  a dichiararsi insolvente causando l’esplosione della bolla immobiliare. Ed iniziò così la catastrofe; alla paura subentrò il panico, poiché gli investitori di tutto il mondo cercarono di disfarsi dei propri titoli “tossici” svendendoli per rientrare in possesso di almeno parte della liquidità.
Tutte le maggiori banche americane, ma anche quelle europee che avevano acquistato grandi quantità di titoli obbligazionari tossici si trovarono sull’orlo di un catastrofico fallimento per mancanza di liquidità. La banca d’affari Lehman Brothers infatti non riuscì a salvarsi e fu costretta a dichiarare fallimento che ebbe non solo un effetto dirompente sui mercati finanziari mondiali, ma fece credere agli economisti ed ai politici di tutto il mondo che il crollo definitivo del sistema capitalistico, così come era stato enunciato da Karl Marx 150 anni prima, era oramai arrivato.
Ma le risorse gestionali della piovra capitalistica sono immense ed illimitate; pur di salvare se stessa da un colossale crollo finanziario ed economico, che avrebbe cambiato radicalmente e globalmente per sempre le regole della produzione industriale e della distribuzione della ricchezza prodotta, essa pensò bene di risolvere la terribile crisi applicando non le regole caratteristiche del sistema liberista, in cui le banche o le imprese a capitale privato devono risolvere da sole le loro problematiche fidandosi solo ed esclusivamente dell’azione regolatrice del libero mercato ma, con un vergognoso ribaltone ideologico, la piovra capitalistica adottò le metodologie classiche dei sistemi comunisti impiegando solo ed esclusivamente danaro pubblico, cioè attingendo capitali dall’enorme mole di tasse versate allo Stato, in massima parte, dalla grande massa di cittadini lavoratori.
Dalle frenetiche riunioni del G7 a Washington e dall’applicazione del piano di salvataggio formulato dal ministro americano Geithner, uscì fuori la scellerata decisione di far pagare il prezzo della colossale truffa, ordita dalle banche americane, a tutte le classi lavoratrici del mondo stanziando, fra America ed Europa, l’enorme cifra di oltre quattro trilioni di dollari per ricapitalizzare o nazionalizzare la maggior parte delle banche americane ed europee oramai sull’orlo di un catastrofico fallimento.
Con questo inedito e vergognoso salvataggio del sistema capitalistico utilizzando le regole finanziarie caratteristiche dei sistemi comunisti fu, sì, risolta la crisi che nel 2008 sconvolse il mondo intero, però non fu fermata la crisi economica industriale che dagli USA si trasferì e dilagò anche in Occidente colpendo le economie più deboli dell’Europa impoverendo, con la perdita del posto di lavoro, milioni e milioni di cittadini europei incolpevoli ed ignari dei guasti irreversibili causati dalla madre di ogni capitalismo: il capitalismo americano.
In effetti oggi nel mondo la disoccupazione in generale, ma soprattutto quella giovanile stanno raggiungendo livelli insostenibili, purtuttavia bisogna evidenziare che a nulla serviranno le varie “riforme del lavoro” in atto in tutti i paesi occidentali per creare nuovi posti di lavoro e mettere un argine alla crisi economica, poiché oggi si profila sull’orizzonte socio-economico del mondo intero l’influenza di nuovi fattori promossi ed adottati come suoi nuovi cavalli di battaglia dal capitalismo internazionale per intascare favolosi profitti.
Il primo di questi fattori può essere individuato nella “Innovazione tecnologica” la quale, se fino a qualche decennio fa rappresentava un toccasana per la creazione di nuovi posti di lavoro, attualmente e soprattutto per il futuro rappresenterà il fattore discriminante che farà aumentare esponenzialmente l’esercito di disoccupati con un pauroso  impoverimento di tutta la classe lavoratrice mondiale. Il secondo fattore è individuabile nella “Delocalizzazione” cioè nello spostamento dei cicli produttivi in località e paesi stranieri ancora in via di sviluppo dove il costo del lavoro estremamente basso garantisce considerevoli profitti al capitalismo, ma crea disoccupazione e povertà nel paese ad economia avanzata che ha subito la delocalizzazione.
In effetti la storia ci insegna che agli inizi della prima (1780-1840), ma anche della seconda rivoluzione industriale (1870-1950) lo sviluppo tecnologico e l’introduzione delle macchine nei processi produttivi non sostituirono il lavoro dell’uomo che anzi si rafforzò con un notevole aumento dell’occupazione: l’industria tessile diede occupazione a migliaia e migliaia di operai specializzati per la costruzione dei telai meccanici sviluppando in maniera esponenziale il commercio ed il consumo di tessuti, le macchine a vapore crearono nuovi posti di lavoro in tutti i campi della produzione industriale così come, successivamente, il motore a scoppio diede grande impulso alla costruzione delle reti stradali ed a un’accelerazione degli scambi commerciali favorendo l’occupazione e la produzione di nuova ricchezza. Bisogna dire che anche durante la terza rivoluzione industriale caratteristica degli anni 1950-1960, l’innovazione tecnologia riuscì a creare nuovi posti di lavoro grazie alla realizzazione di linee industriali per la produzione di frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, automobili che, in un certo qual modo, rendono meno faticosa e più felice la vita.
Da qualche decennio però i rapporti di lavoro nel mondo hanno subito profonde modificazioni, poiché l’innovazione tecnologica è riuscita a fare dei veri e propri miracoli che hanno cambiato e sovvertito in maniera irreversibile le modalità di produzione di beni e servizi. Si può affermare infatti che oggi l’automazione è andata così avanti da riuscire a replicare se stessa, cioè sono le stesse macchine a progettare e a produrre altre macchine per ulteriori diversi impieghi nel mondo produttivo rendendo in tal modo impossibile la creazione di nuovi posti di lavoro.
La robotica, la microelettronica, i computer, i droni, le nanotecnologie, cioè l’automazione più avanzata oltre a replicare se stessa, ha il perverso effetto di permettere un forte aumento  della produttività in tempi molto più brevi di quelli occorrenti al lavoro umano per produrre lo stesso articolo creando, in tal modo, le condizioni favorevoli per espellere dai cicli produttivi milioni di operai salariati.
L’enorme ricchezza derivante dall’impiego dell’ innovazione tecnologica, che comunque è stata sempre realizzata dallo sforzo congiunto del capitale investito e del lavoro salariato, si concentrerà nelle mani del grande capitale lasciando nell’indigenza e nella povertà grandi masse di lavoratori. Prenderà corpo così, diventando sempre più evidente e preoccupante, una diseguaglianza non più sopportabile dalla classe lavoratrice mondiale che sfocerà, se i rapporti socio-economici non cambieranno a favore delle classi meno abbienti, in una vera e propria rivoluzione proletaria che scuoterà e scardinerà fin dalle fondamenta l’attuale vergognoso assetto socio-economico.
Io non credo che potranno essere sufficienti e risolutive le varie tipologie di riforme del lavoro che si stanno mettendo in atto in tutti i paesi ad economia avanzata per diminuire la disoccupazione ed aumentare la crescita poiché, come ripeto, l’innovazione tecnologica ed i processi di delocalizzazione faranno crescere rispettivamente solo ed esclusivamente gli eserciti di disoccupati e di sottopagati in tutto il mondo ed allora l’unica soluzione valida per evitare la catastrofe, che sicuramente si realizzerà in un non lontano futuro causando rovina, dolore e distruzione, deve concretizzarsi in una “Redistribuzione” della ricchezza la quale, non bisogna dimenticare, viene prodotta con il contributo sia del capitale che del lavoro.
Bisogna dire che in Italia il governo Renzi ha già messo in atto un flebilissimo tentativo di redistribuzione della ricchezza prodotta attraverso un aumento dei salari di 80 euro mensili per fasce di reddito comprese fra i 8000 ed i 24000 euro ed una diminuzione del 10% del costo contributivo a carico delle imprese per aumentare l’occupazione. Io non credo però che l’utilizzo di queste misure, pur essendo un nobile tentativo di alleggerimento della crisi, siano minimamente sufficienti per risolvere i gravi problemi occupazionali oggi esistenti in Italia, né potrà essere sufficiente la riforma globale del lavoro, il jobs act, che il governo affronterà in autunno, poiché penso che al massimo essa farà scendere la disoccupazione di qualche decimale di punto nei settori non trainanti dell’economia come il comparto artigianale e il settore del terziario in cui è determinante la sola manualità.
Ma allora attraverso quale strada  potrebbe essere possibile garantire una più giusta ed equilibrata redistribuzione della ricchezza prodotta? In primo luogo bisognerebbe alleggerire di molto il carico fiscale che oggi grava, in massima parte, sulla classe lavoratrice per trasferirlo sui grandi patrimoni e sulle rendite finanziarie; in parole povere bisognerebbe tassare molto di più i ricchi e molto di meno i più poveri con uno spirito che potrebbe tradursi nel seguente assioma: togliere quota parte di risorse finanziarie ai ricchi per trasferirla agli indigenti.
Oggi si stima che in italia la ricchezza personale dei mille più ricchi imprenditori privati risulta mediamente equivalente a quella di venti milioni di unità lavorative che vivono con il frutto del proprio lavoro. Se a questi Paperon de Paperoni si togliesse, grazie ad accordi regolamentati per legge, ma anche per una molto improbabile conversione dei cuori capitalisti, il 50% della loro ricchezza per trasferirla e redistribuirla ai poveri, i ricchi seguiterebbero ad essere sempre e comunque immensamente ricchi, ma molti milioni di poveri potrebbero uscire dall’indigenza e vivere una vita più dignitosa. Questa prassi politico-economica applicata in tutte le nazioni del mondo potrebbe veramente disinnescare il catastrofico scontro che, inevitabilmente, prima o poi avrà luogo fra capitalismo e proletariato se seguiteranno a sussistere le inaccettabili diseguaglianze presenti nell’attuale società.
D’altro canto sono perfettamente consapevole dell’altissimo tasso di utopia che contraddistingue la soluzione che propongo; si potrebbe tuttavia sperimentare un inedito percorso pilota per mettere alla prova l’attuazione pratica della mia proposta coinvolgendo in questo progetto pilota la Chiesa cattolica di papa Francesco il quale, non solo dai suoi atteggiamenti, ma anche attraverso le sue parole, si è dimostrato estremamente favorevole ad una redistribuzione della ricchezza prodotta: “”[…] Esorto gli esperti finanziari e i governanti a considerare le parole di un saggio dell’antichità “Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro” “”. “I ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano”. “Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice” (per maggiori dettagli leggi l’articolo “Papa Francesco e Karl Marx” pubblicato su questo blog nel mese di luglio).
Bisogna dire, però, per amore di verità, che durante tutto il corso della sua lunga storia, ad eccezione dei suoi primi quattrocento anni di vita ( 50-380 d.C.), la Chiesa non è mai stata povera, anzi si può affermare senza timori di smentite che essa ancora oggi  è proprietaria di immense quantità di ricchezza a cui, forse per la prima volta, si aggiunge una sua disponibilità nel venire in aiuto delle masse povere ed indigenti della società “affinché la Chiesa possa presentarsi al mondo povera e credibile”. E’ questo il titolo di un articolo apparso sull’Osservatore Romano del 18 luglio 2014 in cui si afferma, tra l’altro, la “stima della stessa Chiesa verso i poveri, da lei accolti, abbracciati e considerati come i suoi tesori più preziosi”.
Ed allora non esiste occasione migliore di questa per coniugare la disponibilità al dono della Chiesa cattolica con il grido di aiuto che sale, alto, dalle fasce indigenti del proletariato. Venda la Chiesa una insignificante parte dei propri beni immobiliari ed artistici equivalenti ad una somma di 100 milioni di euro e redistribuisca tale somma, con modalità chiare e trasparenti stabilite da sociologi ed economisti, a fasce di famiglie indigenti per sollevarle, almeno in parte, dal dolore e dalla sofferenza. Io sono certo che questo gesto pilota di solidarietà, auspicato e codificato non solo dallo stesso Cristo nei Vangeli ma molto più tardi anche da Karl Marx nel suo più noto testamento ideologico-economico, il Capitale, sarà un esempio eclatante e dirompente che avrà la capacità di spingere, anzi di costringere il cuore del capitalismo a rinunciare ad una quota parte dei propri immensi profitti per trasferirli al mondo del lavoro con il cristiano obiettivo di far uscire dalla povertà e dall’indigenza una gran parte della popolazione umana evitando, nel contempo, lo scoppio inevitabile di rovinose rivolte sociali che causeranno dolore, rovina e morte.

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