Chiesa e Ateismo (1)

Il 24 aprile del 2008 l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, direttore della Pontificia Commissione per i Beni Culturali, nonché finissimo biblista ed oggi cardinale, in un’intervista rilasciata al giornalista Nello Aiello dell’Espresso sul rapporto Chiesa e Ateismo così si esprimeva: “Sento la mancanza degli atei veri, una sfida indispensabile per la Chiesa […]. Ciò che è entrato in crisi è oggi l’Ateismo “alto”. A sostituirlo interviene una forma di sarcasmo, di sberleffo, di critica fondamentalista […], un Ateismo fatto di indifferenza, di banalità, di qualunquismo. L’Ateismo “alto” risiede nel confronto che può diventare scontro fra sistemi alternativi così come è accaduto nei secoli scorsi fra due grandi visioni del mondo: il marxismo e il cristianesimo”.
Nel mese di giugno del 2008 veniva pubblicato il mio primo libro dal titolo “Gesù, l’uomo”, edito dalla casa editrice “Andromeda” di Castelli (TE) in cui ho cercato di far emergere, dalla palude fideistica della dogmatica cattolica, il Gesù uomo che visse ed operò realmente in terra di Palestina. Incoraggiato dall’intervista rilasciata all’Espresso, circa la necessità  di scambi di vedute più frequenti fra Chiesa e Ateismo, non esitai a contattare la segreteria  di monsignor Ravasi per fargli omaggio del mio primo testo.
Riuscii ad avere un appuntamento dalla sua segreteria, così il giorno prefissato consegnai una copia del mio libro “Gesù, l’uomo” nelle mani della segretaria particolare poiché il monsignore era assente per impegni. Dopo pochi giorni, con sollecitudine ammirevole, ricevetti la risposta di monsignor Ravasi il quale, ringraziandomi per il volume donato, mi informava che sarebbe stato molto difficile per lui, nella valanga di impegni religiosi da evadere e di libri che riceveva, avere il tempo sufficiente per esaminare il mio saggio. Naturalmente rimasi molto deluso non solo dal rifiuto del monsignore di entrare nel merito del mio scritto, rifiuto che andava a smentire il senso della sua intervista, ma anche dalla mancata possibilità di conoscere e dialogare con un uomo dalle straordinarie capacità di comunicatore.
Devo dire che da quando ho intrapreso questo mio percorso letterario di critica aperta e sincera verso la dogmatica cattolica, non sono mai riuscito ad avere, contrariamente alle aperture al dialogo annunciate dalla Chiesa cattolica, un confronto leale e costruttivo con nessuno dei suoi rappresentanti anche se ho ricercato insistentemente questo contatto. Ho partecipato a diverse tavole rotonde nella sede di Civiltà Cattolica, a Roma, non ottenendo alcuna risposta ai quesiti, forse scomodi, che avevo proposto con la solita motivazione che la risposta avrebbe avuto bisogno di tempi troppo lunghi per essere discussa in quella sede.
Ad un importante convegno promosso dal Vaticano nei giorni 9/10/11 del febbraio 2012 dal titolo “Gesù nostro contemporaneo”, il cardinale Angelo Scola, presidente di una sottosezione del convegno in cui veniva presentato il libro di Benedetto XVI “Gesù di Nazareth”, dopo la sua relazione e quella del teologo tedesco Thomas Soding, alla mia richiesta di intervenire su un punto del libro di papa Ratzinger mi negò la parola con la motivazione che gli interventi erano concessi solo ai religiosi.
Debbo dire, quindi, che le aperture delle Chiesa cattolica a favore di un dialogo con gli atei e i non credenti non rispondono a verità, essendo questo dialogo di carattere estremamente parziale, poiché condotto solo con esponenti elitari della cultura atea giornalistica, politica, sociale. E’ auspicabile invece un dialogo di massa con la cultura atea che potrebbe rivelarsi sostenibile attraverso la promozione di appositi convegni, organizzati con cura, in cui aprire un confronto serio, costruttivo e democratico con importanti esponenti della Chiesa cattolica. I risultati di questo confronto con la cultura atea potrebbero essere d’importanza fondamentale in special modo se rivolti a smussare gli angoli, a sanare incomprensioni secolari con la teologia e la dogmatica cattolica che sono state parte integrante della nostra vita, in special modo della nostra vita di bambini ed adolescenti e che hanno certamente contribuito a creare, nella mente degli adulti, non solo consensi, ma anche legittimi dubbi e perplessità a cui la Chiesa è tenuta a dare, responsabilmente, risposte chiarificatrici attraverso un dialogo aperto e sincero.
Purtroppo debbo osservare, con molto rammarico, che l’atteggiamento della Chiesa non cambia nei confronti degli atei e dei non credenti, poiché si pone sempre in un contesto di sospetto e di chiusura verso tutte quelle aspettative laiche che tendono ad ottenere risposte sui grandi interrogativi inerenti la dogmatica cattolica, gli indirizzi di politici e sociali che la Chiesa persegue, gli atteggiamenti e le azioni del clero, il grado di applicazione del Vangelo di Cristo nella moderna società.
Nella presentazione a Roma del mio ultimo libro dal titolo “Dio, fede e inganno”, due importanti teologi, uno dei quali aveva ricevuto il testo dalle mie proprie mani e che avevano avevano assicurato la loro partecipazione, non sono poi intervenuti rendendo la presentazione del mio libro meno interessante per mancanza di un dibattito più specialistico sull’argomento trattato.
Bisogna dire tuttavia che, al di là di qualsiasi osservazione e di qualsiasi critica, la storia si ripete in continuazione e che sono sempre le classi elitarie a sorreggersi reciprocamente per ottenere la necessaria visibilità, così da avere la massima attenzione per far passare, fra le masse popolari, i messaggi propagandistici che a loro più interessano. E allora bisogna porre all’attenzione dell’opinione pubblica alcune significative domande cui le persone chiamate in causa in questo articolo dovrebbero dare finalmente risposte sincere: 1) perché il cardinal Ravasi, pur dicendosi disposto ad accogliere le istanze degli atei e dei non credenti, ha rifiutato la proposta di un mio incontro per avere una sua opinione sulla figura di Cristo tracciata nel mio libro “Gesù, l’uomo”, ma ha poi accettato di redigere addirittura una prefazione sul recente libro di Fausto Bertinotti dal titolo “Sempre daccapo”? 2) Perché papa Francesco ha accettato di rispondere a mezzo stampa alle domande poste dal conosciutissimo e popolarissimo ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, tralasciando magari le aspettative di centinaia e centinaia di giornalisti e scrittori desiderosi delle autorevoli risposte date dal capo della cristianità su tematiche di carattere spirituale, religioso o storico? Ed ancora 3) Perché Benedetto XVI, dopo due anni di riflessione, ha risposto alle argute osservazioni che il famoso matematico e scrittore Piergiorgio Odifreddi poneva all’attenzione del pontefice teologo nel suo libro “Caro Papa ti scrivo”?
Orbene, risulta chiaro ed evidente che l’interesse della Chiesa cattolica a rispondere su questioni teologiche, dogmatiche e religiose è determinato da un minimo comune denominatore rappresentato dalla popolarità, dalla fama, dalla notorietà dei soggetti coinvolti che riescono ad alzare ai massimi livelli l’attenzione dei media, dando così risalto ed attenzione ai messaggi che si volevano indirizzare alle masse popolari: la democraticità dei vertici vaticani nell’aprire un dialogo con gli atei e con i non credenti, il ravvedimento o la conversione di ex uomini di Stato non credenti, le domande di importanti e famosi giornalisti atei che, giunti ad età ragguardevoli, smarriti e dubbiosi cercano di dare un senso compiuto alla loro vita, la combattività della Chiesa cattolica nel ribattere, contestare e rintuzzare opinioni ed osservazioni laiche su questioni di carattere religioso, preminentemente dogmatiche, poste da acuti ed intelligenti personaggi della cultura scientifica.
Dov’è finito allora, si chiede, il dialogo promesso dai vertici ecclesiastici con la cultura di massa atea e non credente meno nota e famosa, che vuole entrare non solo nel merito dei comportamenti e delle azioni della stessa Chiesa, ma anche discutere sul limitatissimo grado di applicazione e promozione, nell’attuale società, delle norme evangeliche dettate da Cristo, che rappresentano sicuramente l’unico testamento ideologico atto a ridimensionare quel feticcio che genera avidità, egoismo, odio, accaparramento: il dio danaro?
In questo primo articolo relativo al mese di novembre parlerò del ravvedimento di Fausto Bertinotti, già presidente della Camera dei deputati, ex membro del PCI e segretario di Rifondazione Comunista. Ebbene, si può dire che la conversione di Bertinotti è un avvenimento di portata politica notevole, poiché gran parte della stampa non solo mette in risalto “la sconfitta storica di dimensioni apocalittiche, lo tsunami storico che ha travolto, insieme al comunismo reale, anche i pilastri costruiti da Karl Max” ma mette in evidenza anche il ravvedimento di un personaggio importante della politica italiana che “cerca nuova linfa nel linguaggio della profezia religiosa”.
Questo avvenimento è musica per le orecchie della Chiesa, soprattutto quando Fausto Bertinotti, che aveva fatto del marxismo la sua fonte ideologica per eccellenza, cita come riferimento per la costruzione di una società ideale il modello proposto da Paolo di Tarso esplicitato nella sua Lettera ai Galati: “Tutti voi infatti siete figli di Dio e non c’è Giudeo, né Greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è maschio e femmina” (Gal 3, 28-29). In queste frasi, secondo Bertinotti, viene messo in crisi “l’assetto signorile ” della società; in altre parole si tende a far passare Paolo di Tarso come una specie di riformatore di stampo marxista che voleva eliminare le disparità sociali esistenti all’epoca nella società ebraica.
Corre l’obbligo di evidenziare, però, che Paolo di Tarso non fa riferimento, con queste parole, ad una società umana reale e razionale con tutti i suoi bisogni, i suoi dolori, le sue pene; una società umana permeata da soprusi, da sopraffazioni , da ingiustizie sociali ma si riferisce solo ed esclusivamente ad una società irreale, fondamentalmente escatologica in cui tutti gli uomini potranno accedere dopo la morte, avendo avuto una profonda e irriducibile fede in Cristo durante la vita terrena.
Purtuttavia, per ulteriore chiarezza, bisogna evidenziare che, anche se con la sua frase Paolo avesse voluto fare riferimento ad una società umana concreta e reale, egli non pensa minimamente, come invece pensa Fausto Bertinotti, ad una sostanziale eguaglianza fra “Giudeo e Greco”, o meglio fra “Giudeo e pagano” essendo ambedue figli di Dio, poiché, nonostante Paolo fosse cristiano quindi incline alla tolleranza, al perdono, all’amore per il prossimo, nutrì, nel suo animo, risentimento ed odio profondo contro i Giudei che continuamente e con caparbietà si erano opposti alla sua impostazione teologica del cristianesimo.
Paolo ha, per i Giudei che lo perseguitano, parole durissime: “Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere” (Fil 3, 2). Egli paragona i Giudei a dei cani e pur essendo lui un giudeo “Circonciso, […] della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo in quanto alla legge, quanto a zelo persecutore della Chiesa, irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (Fil 3, 5), considera tutti questi attributi “spazzatura” (Fil 3, 8) di cui si libera per guadagnare Cristo.
Ora, a mio avviso, Bertinotti sbaglia clamorosamente quando pensa che la teologia paolina voglia mettere in crisi “l’assetto signorile” della società ebraica, poiché Paolo è semplicemente “divisivo”; i veri seguaci  di Cristo cioè i giudei cristiano ortodossi non approvano la sua teologia rivolta soprattutto alla conversione delle masse pagane  ed egli  li ripaga odiandoli, marginalizzandoli, dando così inizio a quell’insensato antisemitismo che perdura ancora oggi, nella nostra epoca e che ha offeso non non solo la coscienza delle comunità ebraiche ma la coscienza dell’intera umanità. “Essi (i Giudei) hanno messo perfino a morte il Signore Gesù ed i profeti ed hanno perseguitato anche noi, essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati, ma ormai l’ira è arrivata al colmo sul loro capo” (1Ts 2, 15-16).
Ora la critica che può essere rivolta a questo importante avvenimento letterario che ha coinvolto due personaggi così autorevoli è la seguente: se Bertinotti, l’autore del libro “sempre d’accapo”, ha fatto confusione sulla figura di Paolo di Tarso presentandolo quasi come un “socialista” che rompe gli schemi signorili ed elitari della società ebraica dell’epoca, piuttosto che come un distruttore del cristianesimo primitivo promosso e sostenuto dai giudei cristiani ortodossi, perché il cardinal Ravasi, biblista per eccellenza ed ottimo conoscitore delle vicissitudini della società ebraica del primo secolo d.C., ha avallato e sostenuto una ricostruzione così fuorviante tracciata da Fausto Bertinotti sulla figura storica di Paolo di Tarso?
Non si riesce a comprendere inoltre come l’ex segretario di Rifondazione Comunista, che faceva del Marxismo la bandiera della sua vita, possa aver considerato Giovanni Paolo II come “un grande Pontefice […] che aborriva i mali del capitalismo” quando, in realtà, dopo essere stato l’artefice per eccellenza della caduta degli’oppressivi regimi comunisti e la frantumazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) con l’appoggio incondizionato al sindacato polacco Solidarnosc, egli, in prima istanza vietò la “teologia della liberazione” decretata dalle chiese latino-americane per venire in aiuto delle masse povere e diseredate ed avallò poi, politicamente e finanziariamente, proprio quel capitalismo di estrema destra che fece da argine, attraverso stragi efferate e cruenti colpi di stato, all’espansione del Castrismo nel continente Sudamericano.
Un brivido di disapprovazione e di indignazione percorre ancora oggi gli animi dei democratici veri nel ricordare la figura di Giovanni Paolo II, affacciato al balcone del palazzo presidenziale cileno, la Moneda, mentre stringe la mano al dittatore golpista e stragista Augusto Pinochet, una mano macchiata del sangue di migliaia e migliaia di oppositori e dello stesso presidente Salvador Allende, eletto con democratiche elezioni, deposto e assassinato, nel 1973, con un brutale colpo di stato, appoggiato senza riserve dall’allora segretario di stato americano Henry Kissinger per la difesa ad oltranza degli interessi delle multinazionali americane che operavano in tutto il territorio dell’America Latina. (Vedi l’articolo in questo blog relativo al mese di giugno 2014 dal titolo “La canonizzazione di Giovanni Paolo II”).
Non si capisce, in ultima analisi, come un uomo di così grande cultura ed umanità qual è Fausto Bertinotti, possa aver dimenticato le sue battaglie, prima sindacali e poi politiche, condotte per affermare giustizia ed uguaglianza nella società umana per poi passare, improvvisamente, ad appoggiare le istanze della Chiesa cattolica la quale, com’è noto, è sempre stata parte integrante delle classi dominanti che gestiscono il potere.
In questo stesso mese di novembre pubblicherò una mia critica sullo scambio epistolare avvenuto fra papa Francesco e Eugenio Scalfari nonché sulle note critiche che Benedetto XVI riserva al libro di Piergiorgio Odifreddi dal titolo “Caro Papa ti scrivo”.

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