Chiesa e Ateismo (2)

Come promesso nel mio  primo articolo relativo al mese di novembre dal titolo “Chiesa e Ateismo (1)”, ritorno sull’argomento per dimostrare come la Chiesa cattolica, pur dicendosi disposta ad intavolare un dialogo aperto e sincero con le masse atee e non credenti, in realtà è disponibile a discutere e ad interloquire solo ed esclusivamente con esponenti elitari della società laica per trarne il massimo profitto divulgativo in termini di attenzione dei media a quello che, in realtà, è poi un dialogo sterile ed infecondo, che rimane fine a se stesso, poiché non rivolto ad affrontare e dare soluzioni alle problematiche etiche, morali e sociali che affliggono oggi la società umana causate, principalmente, dalla folle corsa dell’uomo, cui la Chiesa stessa è partecipe, tesa alla conquista di quel dio materiale che si chiama “Denaro”.
Il dialogo Bertinotti-Ravasi, a mio avviso,  non è servito a mettere in rilievo e magari a dare risoluzione alle difficoltà materiali, morali ed etiche  in cui si dimena l’attuale generazione umana, ma piuttosto per affermare un principio squisitamente ideologico e cioè che il nemico principale della religione, il Marxismo è stato definitivamente sconfitto e che un importante esponente della filosofia marxista si è pentito trovando rifugio e conforto, alla stessa stregua del “figliol prodigo”, fra le braccia di Santa madre Chiesa attribuendo le cause del suo ravvedimento ad interpretazioni distorte, mal comprese e non rispondenti, quindi, ai veri canoni della “teologia paolina”. Ora debbo dire che questo mio scritto ha sicuramente colto nel segno, poiché ad oggi non è arrivata alcuna smentita, correzione o critica al mio pensiero né da parte degli attori messi in gioco né da altri.
Trovo importante, pertanto, passare all’evento che non solo è stato divulgato su tutti i maggiori organi di stampa ma che è stato ripreso e discusso nei più seguiti talk show televisivi italiani: mi riferisco allo scambio epistolare intercorso, tra luglio e settembre del 2013, fra Eugenio Scalfari, sicuramente uno dei più grandi giornalisti italiani nonché fondatore ed ex direttore del quotidiano “La Repubblica” e Francesco I, l’attuale papa di estrazione gesuita, su uno dei temi più importanti che vanno a toccare la sfera prettamente spirituale dell’uomo che poi si riverbera anche sui comportamenti e sulla conduzione della vita di ogni singolo individuo; mi riferisco alla fede vista alla luce dell’enciclica “Lumen Fidei” elaborata da Benedetto XVI ma fatta propria e firmata da papa Francesco.
Naturalmente Eugenio Scalfari non si è sottratto al dovere di imbastire, come preambolo, una breve descrizione circa il carattere dell’attuale papa che io ho trovato abbastanza irriverente, in particolar modo quando l’emerito giornalista afferma che Francesco è “candido come una colomba ma furbo come una volpe”; irriverente perché, a mio avviso, le due metafore non possono coesistere in quanto la volpe, astuta, egoista, abile, individualista, dotata cioè di intelligenza mirata ad ottenere vantaggi esclusivi solo per sé, sicuramente prevaricherà la candida colomba, giusta, ingenua, innocente, altruista. La metafora risulta più chiara ed evidente se si pensa che la volpe non esiterà un attimo a distruggere e fagocitare la candida colomba in caso di contatto materiale ravvicinato.
Se si giudica papa Bergoglio alla luce di questa metafora il suo atteggiamento bonario, rivolto a non avvalersi dei vantaggi della sua dignità papale, il suo salire sull’aereo portando con le proprie mani la sua borsa da viaggio, le sue abitudini a non abitare nei sontuosi appartamenti papali ma nella più modesta residenza di Santa Marta, per non parlare di alcune problematiche, considerate da sempre dei tabù dai vertici ecclesiastici, che invece papa Bergoglio sembra voler rivedere o addirittura accettare, sembrerebbero essere gli atteggiamenti caratteristici di una candida colomba che però, in realtà, nascondono il carattere della volpe, furba e prevaricatrice, interessata ad ottenere, con atteggiamenti astuti e scaltri  un consenso popolare universale indispensabile per raggiungere il suoi veri obbiettivi: difendere e consolidare il potere e gli interessi materiali della Chiesa cattolica.
Trovo poi di cattivo gusto le espressioni dell’ex direttore di Repubblica quando illustra l’atteggiamento tenuto da papa Francesco negli anni bui della dittatura militare in Argentina, capeggiata dal generale Videla nel cui contesto Bergoglio , afferma Scalfari, “criticò Videla sistematicamente, ma non per l’orribile dittatura da lui instaurata, ma perché non provvedeva ad aiutare i poveri, i deboli, i bisognosi. Alla fine il governo, per liberarsi della voce fastidiosa, mise a sua disposizione una struttura assistenziale e lui iniziò a battere tutto il paese non per convertire, ma per aiutare”. Sembra quasi di capire che l’attuale papa, ricevuto il contentino dalla giunta militare, abbia volutamente ignorato la violenza, gli assassinii e la sparizione di migliaia di cittadini argentini astenendosi dal denunciare la sistematica violazione dei diritti umani  in Argentina. Non si può fare a meno, a questo punto, di ricordare la figura di un gigante di moralità e di etica quale fu l’arcivescovo di El Salvador, Oscar Romero che, dopo aver denunciato le stragi e gli assassinii perpetrati dagli  “squadroni della morte”, espressione dei governi di estrema destra, fu barbaramente ucciso con un preciso colpo di fucile al cuore mentre stava celebrando messa nella piccola chiesa della Divina provvidenza.
Un’ulteriore critica che sento di fare al preambolo di Scalfari verte sulla volontà di Francesco nel volere fortemente una “Chiesa povera che predichi il valore della povertà […], una Chiesa al servizio dell’uomo […], una Chiesa organizzata orizzontalmente (e non verticisticamente) basata sulla struttura dei Concili, dei Sinodi, delle Conferenze Episcopali” ed invece poi, cadendo in contraddizione, egli afferma che la la volontà del papa è assolutamente utopica, cioè irrealizzabile, poiché “una Chiesa povera, che bandisca il potere e smantelli  gli strumenti di potere, diventerebbe irrilevante: la Chiesa cattolica, piena di difetti e di peccati ha resistito ed è anzi forte perché non ha rinunciato al potere”. In effetti sono stato molto colpito dalle affermazioni di Scalfari che potrebbero sembrare, in prima istanza, un elogio, un encomio nei confronti degli atteggiamenti e delle opere di Francesco I che però, a ben guardare, risultano contraddittorie e fuorvianti poiché danno la sensazione di trovarsi di fronte ad un Vicario di Cristo che predica bene ma razzola male.
Ora però bisogna entrare nel merito delle domande che Scalfari pone a papa Francesco spogliandosi della sua veste di giornalista per calarsi nel suo stato di “non credente” sedotto ed affascinato dalla figura di Gesù di Nazareth. La prima domanda del non credente Eugenio Scalfari è la seguente: “se una persona non ha fede , né la cerca, ma commette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?” Il papa risponde che per ottenere il perdono esistono due strade: la prima risiede nel rivolgersi a Dio con il cuore contrito, il che significa che il non credente Scalfari o il non credente Giardetti dovrebbero chiedere perdono a Dio, ma per fare questo dovrebbero prima credere, avere fede, cioè convertirsi il che equivale a dire che i non credenti convinti e coerenti, quali sono Scalfari e Giardetti, non potranno mai ottenere, per questa strada, il perdono del Dio cristiano.
La seconda strada, secondo il papa, è racchiusa nell’obbedire alla propria coscienza. Ora io penso, da non credente, che non esiste una verità assoluta, ma molteplici verità parziali che pongono l’uomo di fronte ad un relativismo che si concretizza e si realizza in funzione di svariati fattori e specificità. Per gli ebrei Gesù non è il figlio di Dio per il semplice fatto che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe possiede il dono dell’unicità ed essi non rinnegherebbero mai, in coscienza, questo principio. Il Dio cristiano, secondo il suo vicario, dovrà perdonare l’ebreo, reo di non aver creduto in Lui, poiché ha obbedito alla sua coscienza così come dovrà perdonare colei che ha praticato l’aborto per conclamata e accertata malformazione del feto, poiché, in piena coscienza, ella pensa alle sofferenze, ai disagi, alle pene che dovrà patire il suo povero figlio nel vivere tutta la sua vita con estremo dolore per lo più in una società che considera come scarto i diversi e gli emarginati.
La seconda domanda posta dall’emerito giornalista è la seguente: “il credente crede in una verità rivelata, il non credente pensa che non esista nessun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma una serie di verità relative e soggettive. Questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?” Ora la risposta di papa Francesco è alquanto confusa e contraddittoria, poiché sembra accettare quel relativismo aborrito da Benedetto XVI quando afferma che la verità assoluta non esiste nemmeno per il credente e ribadisce, non rispondendo alla domanda del fondatore di Repubblica, quanto ha sempre sostenuto santa madre Chiesa: la fede è verità e la verità è racchiusa nell’amore di Dio per noi in Gesù Cristo.
La terza domanda posta al papa da Eugenio Scalfari verte sull’inevitabile fine del genere umano: “Quando la nostra specie scomparirà, allora scomparirà anche Dio perché nessuno sarà più in grado di pensarlo. Il papa ha certamente una sua risposta a questo tema e a me  piacerebbe molto conoscerla” Ma cosa si aspettava, l’ex direttore, che il papa dichiarasse di diverso o di strabiliante su questo argomento se non la solita verità dogmatica che il Dio trascendente, onnipotente, onnisciente non è il frutto del pensiero umano ma “è realtà con la R maiuscola?”. Papa Francesco, in merito alla sicura fine della generazione umana, non si discosta dalla classica linea teologica formulata quasi duemila anni or sono da Paolo di Tarso e conferma sostanzialmente che tutti gli uomini, nella resurrezione, troveranno pace e serenità nell’ancora più dogmatico e indiscutibile “Regno di Dio”.
Dissertando sull’enciclica “Lumen fidei” Eugenio Scalfari si meraviglia “che Papa Francesco basi gran parte del suo documento sul quarto Vangelo attribuito senza dubbio alcuno all’apostolo Giovanni”. Questa è, a mio avviso, una domanda molto ingenua poiché l’enciclica, essendo un documento dogmatico che si interroga sulla luce e sulle verità che scaturiscono dalla fede, è un trattato prettamente teologico ed il suo estensore  non poteva certo riferirsi ai Vangeli sinottici, nei quali è messa in particolare evidenza la figura del Gesù uomo, del Gesù storico, del Gesù riformatore, ma doveva trarre ispirazione dal Vangelo di Giovanni che è considerato il Vangelo spirituale per eccellenza essendo stato scritto intorno al 90 d.C. quando oramai Gesù era già stato divinizzato. Il prologo del quarto Vangelo è un inno di spiritualità che rivela il taglio dogmatico che la Chiesa ha interesse ad esaltare, a magnificare ed a presentare alle masse quando parla della figura di Cristo: “In principio era il verbo […] e il verbo si fece carne”.
Bisogna dire però che l’ex direttore di Repubblica non si sottrae al tentativo di mettere in evidenza anche gli attributi umani di Gesù precisando che la parola, cioè Gesù, essendosi concretizzata in carne “ha dovuto assumere anche le gioie, i dolori, i desideri umani” citando una serie di episodi presi dai Vangeli sinottici: il ripudio della madre e dei suoi fratelli, la sua lotta contro le tentazioni umane, l’incrollabile fiducia che i suoi discepoli erano tenuti a riporre in lui qual’ora avessero voluto seguirlo e pone al papa la seguente domanda:”Se parlassimo di una comune persona anziché di quello che era (o riteneva di essere) il figlio di Dio, sulla base di questi episodi penseremmo di essere in presenza di un Narciso all’ennesima potenza. Sicché è giustificato il dubbio: parliamo del figlio di Dio o del figlio dell’uomo?”
Così risponde il papa: “Gesù resta fedele a Dio sino al punto di essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce […] ed è proprio allora – come esclama il centurione romano ai piedi della croce – che Gesù si mostra paradossalmente, come il figlio di Dio! Figlio di un Dio che è amore e che vuole che l’uomo, ogni uomo si scopra e viva anch’egli come suo vero figlio. Questo, per la fede cristiana è certificato dal fatto che Gesù è risorto”.
Le risposte date dal papa a Eugenio Scalfari sono di natura solo ed esclusivamente teologica e non poteva essere diversamente dal momento che la Chiesa è molto ben disposta a dissertare sulle problematiche evangeliche di carattere teologico-dogmatiche, dove il raziocinio ed il buon senso non sono all’ordine del giorno, ma lo è molto meno quando si tratta di confronti che vanno a toccare fatti concreti e cioè tematiche evangeliche riguardanti il Gesù storico, il Gesù uomo e messia, il Gesù riformatore che morì sulla croce per instaurare un nuovo regno in Israele dove avrebbero potuto trovare rifugio i deboli, i poveri, gli umili, i diseredati. Il capo di accusa per cui Gesù fu crocifisso fu di natura solo ed esclusivamente politica ed è ben leggibile sul culmine della croce: “Gesù nazareno re dei giudei”.  In altri termini Gesù fu crocifisso non perché ritenesse di essere l’incarnazione di Dio – a meno che non si voglia dare credito ad interpolazioni posteriori dei Vangeli tese a mettere sulla sua bocca la sua presunta filiazione divina, interpolazioni che non tengono e cadono miseramente ad un’analisi critica approfondita dei Vangeli – ma egli morì per le sue opere e le sue azioni contro il potere costituito sia ebraico che romano per dare più libertà e dignità alle masse ebraiche oppresse e sfruttate.

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