Il Papa e la reliquia di San Gennaro

Il cosiddetto prodigio della liquefazione del sangue di San Gennaro, che si è verificato, seppure a metà, durante la visita del Papa al duomo di Napoli in data 21 marzo 2015, impone una seria ed approfondita riflessione fra enti ed organismi laici che induca le istituzioni pubbliche, preposte a tutelare il diritto alla verità, al realismo ed alla dignità della persona, ad esprimersi su avvenimenti e manifestazioni ritenuti unilateralmente sovrannaturali o miracolosi, ma oramai spiegati in via sperimentale, se pur indirettamente, per mezzo della scienza. In alternativa, per fare chiarezza su un fenomeno che si tramanda da secoli, si invitino le istituzioni religiose a permettere analisi scientifiche sulle reliquie miracolose con strumentazioni moderne ed attendibili che ne certifichino, inequivocabilmente, la loro vera natura.
Il prodigio di San Gennaro è uno di quei fenomeni che rientrano nella fattispecie descritta e vediamo perché: San Gennaro, vescovo di Benevento fu decapitato, sotto l’imperatore Diocleziano, il 19 settembre del 305 d.C. presso la solfatara di Pozzuoli per non aver abiurato alla sua fede in Cristo. Dice la leggenda che un’anziana donna, dopo la decapitazione del martire, raccolse il suo sangue in un’ampolla di vetro. Insieme al sangue furono recuperare anche i resti del martire. L’ampolla contenente il sangue, insieme ad un’ampolla più piccola ma vuota, furono inserite in un prezioso reliquiario cilindrico sormontato da una corona e da una croce, mentre i resti mortali furono conservati all’interno di una statua d’oro e argento. Ambedue le reliquie, ne 1947, furono traslate dall’abbazia di Montevergine a Mercogliano, nel duomo di Napoli. La liquefazione del sangue del santo avviene tre volte l’anno: il sabato che precede la prima domenica del mese di maggio, il 19 settembre, data della sua festa ed il 16 dicembre, data della devastante eruzione del Vesuvio nel 1631.
La popolarissima celebrazione liturgica è officiata dal vescovo e consiste nel prelevare il reliquiario contenuto in un’apposita e preziosa nicchia ubicata nella cappella del tesoro del duomo di Napoli. Il vescovo, rivestito dei paramenti sacri, prende la teca cilindrica contenente l’ampolla con il sangue solidificato e dopo averla manipolata più o meno energicamente, la capovolge per controllare se si è verificato il prodigio. Quando l’officiante innalza al cielo la teca è possibile osservare, se il prodigio è avvenuto, il liquido di colore rosso scuro fluttuare all’interno dell’ampolla.
La liquefazione del sangue di San Gennaro ha sicuramente un valore simbolico molto forte per i napoletani e per tutto il popolo campano, poiché se il prodigio avviene senza indugi è interpretato come segno di buon auspicio. Al contrario, una mancata liquefazione è considerata come indice di indignazione del santo e quindi come segno sfavorevole per tutta la città di Napoli. Durante l’arco dei secoli sono state formulate varie ipotesi alternative alla pura e semplice spiegazione di carattere divino e sovrannaturale, ma sicuramente tutte prive di quel rigore scientifico che ne doveva garantire la costante riproducibilità.
Solo nel 1991 Luigi Garlaschelli, Franco Ramaccini e Sergio della Sala pubblicarono, sulla rivista scientifica Nature, un lavoro intitolato “Working bloody miracles” basato sul principio “Tissotropico” che si prestava bene, come ipotesi, per una spiegazione scientifica della liquefazione del sangue di San Gennaro. Le sostanze tissotropiche hanno un aspetto gelatinoso quasi solido e sono caratterizzate da una peculiare proprietà chimica: se agitate più o meno energicamente, sottoponendole quindi ad una sollecitazione meccanica, esse passano dallo stato solido allo stato liquido o meglio ad uno stato fluido viscoso. Lasciate nuovamente a riposo esse riassumono il loro aspetto solido gelatinoso. Ora, se il reliquiario contenesse un composto chimico tissotropico, sollecitazioni meccaniche controllate, cioè di diversa intensità, indotte dal vescovo officiante il rito, potrebbero portare o non portare alla liquefazione della sostanza. La soluzione tissotropica non solo si comporta come il presunto sangue di san Gennaro, ma anche il suo colore rosso scuro è molto simile a quello del liquido contenuto nell’ampolla del reliquiario.
Il gel tissotropico prodotto da L. Garlaschelli e compagni è una miscela composta da carbonato di calcio(Caco3), da cloruro di sodio (NaCl), da un sale di ferro denominato tricloruro ferrico esaidrato (FeCl3-6H2O) e da acqua (H2O). Questi prodotti erano facilmente reperibili anche verso la fine del 1300 data in cui, per la prima volta, si fa menzione della miracolosa reliquia: il carbonato di calcio è presente nei gusci d’uovo, il cloruro di sodio è il normale sale da cucina mentre il tricloruro ferrico, sotto forma di minerale denominato “Molisite” era possibile prelevarlo sui vulcani attivi come il Vesuvio.
Dopo un apposito procedimento chimico, facile da applicare anche nel XIV secolo, la sostanza gelatinosa di colore rosso scuro prodotta, inserita in un’ampolla di vetro o in una semplice bottiglietta, è pronta per l’uso: basta agitarla, scuoterla lievemente, capovolgerla per farla passare dallo stato solido allo stato liquido. Bisogna considerare che il miracolo di san Gennaro è considerato tale, poiché ha come principio di fondo l’impossibilità che una sostanza organica coagulata come il sangue umano possa passare dallo stato solido allo stato liquido e viceversa per migliaia di volte senza una causa precisa e senza alcuna alterazione.
La soluzione tissotropica proposta da L. Garlaschelli e compagni dimostra non solo la possibilità concreta di replicare il comportamento della reliquia con sostanze simili a quelle contenute nell’ampolla, reperibili ed assemblabili, tra l’altro, anche verso la fine del 1300, ma dimostra anche che la causa della liquefazione è sicuramente imputabile a sollecitazioni meccaniche indotte dal vescovo di Napoli o da chi officia il rito liturgico nel momento in cui inizia a manipolare il reliquiario. Naturalmente i devoti, che credono alla soprannaturalità del prodigio di sangue, difendono strenuamente le loro convinzioni, poiché sostengono che, grazie ad analisi spettroscopiche, è stato accertato che il liquido contenuto nell’ampolla è veramente sangue umano.
Purtuttavia l’impossibilità di analizzare direttamente il liquido contenuto nell’ampolla ed il rifiuto delle autorità ecclesiastiche ad impiegare spettroscopi elettronici di ultima generazione, molto più precisi, attendibili e sensibili degli antiquati spettroscopi a prisma impiegati per analizzare il contenuto dell’ampolla, induce a pensare che le analisi spettroscopiche che rivelano la presenza di emoglobina siano inattendibili e quindi non idonee per sostenere con certezza la presenza di sangue umano nella reliquia.
Ora al di là di tutte le considerazioni riguardanti la fede religiosa, che rimane un sentimento che sgorga liberamente e con tratti più o meno intensi dall’animo di ciascun uomo, è molto imbarazzante, se non sconcertante agli occhi di osservatori laici aver assistito alla scena di Papa Francesco, cioè del vicario di Cristo sulla Terra che manipola la teca e constatare come san Gennaro, morto 13 secoli or sono nella solfatara di Pozzuoli, abbia permesso la liquefazione parziale del suo stesso sangue quale indice di una sua non completa soddisfazione per il comportamento della società umana.
Siamo oramai entrati nel terzo millennio da diversi anni, cioè in un periodo in cui la scienza ha davvero compiuto dei veri e propri prodigi ed è quindi in grado di accertare se la liquefazione del sangue di san Gennaro è un fenomeno miracoloso o un normale fenomeno chimico. Permetta, la Chiesa, una verifica scientifica del fenomeno atto ad accertare la verità e quand’anche si trattasse di un naturale fenomeno chimico, così come è probabile, potrà sempre commemorare l’evento della liquefazione del sangue come il frutto di una tradizione secolare molto amata e sentita dal popolo campano ma libera da qualsiasi intento ingannevole teso a un condizionamento psicologico delle masse popolari.

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