Il falso mistero della vita nascosta di Gesù (2)

Nel capitolo precedente è stato evidenziato il carattere forte e decisionista di Gesù dal quale si evince che egli, fin dalla tenera età, era già alla ricerca di tutte quelle verità che danno un senso compiuto alla vita, contrariamente a quanto affermato dall’evangelista Luca (Lc 2, 48-49) che tende a presentare, invece, un Gesù bambino non solo ubbidiente e sottomesso ai genitori, ma anche ligio al rispetto delle regole e dei precetti dettati dalla Sacra legge, un Gesù che improvvisamente scompare all’età di dodici anni per ripresentarsi a Nazareth, ben diciotto anni dopo, nelle vesti di erudito maestro predicatore.
Si è anche sottolineato che risulta essere storicamente non credibile la totale assenza di notizie sui diciotto anni di vita di un grande uomo che è riuscito a dividere in due la storia dell’umanità mentre, al contrario, è ampiamente rendicontato il breve periodo di due anni e mezzo della sua attività di predicatore rivoluzionario itinerante in terra di Palestina. Io penso che gli evangelisti e la Chiesa nascente del primo secolo d.C. abbiano avuto un bisogno impellente di oscurare, volutamente, i diciotto anni della vita nascosta di Gesù poiché, con ogni probabilità, le scelte da lui fatte in quel lasso di tempo non si prestavano o non erano consone alla sua elevazione all’alto rango di “figlio di Dio”.
Corre l’obbligo, a questo punto, di illustrare alcuni aspetti salienti della società ebraica e cercare di individuare, fra le filosofie socio-religiose allora circolanti in Israele quella che più attrasse l’attenzione del giovane Gesù. Le correnti religiose più importanti circolanti in Israele all’epoca in cui visse Gesù erano rappresentate dai Sadducei e dai Farisei. Ambedue i raggruppamenti erano radicati nelle tradizioni e negli ordinamenti legislativi della Nazione Ebraica, purtuttavia costoro erano in perenne contrasto fra loro dovuto sia alla diversa impostazione teologica e dottrinale sia ad aspetti di carattere socio-politici. I Sadducei ritenevano che la carta costituzionale della Nazione dovesse avere come base la legge scritta data da Mosè al popolo ebraico durante l’esodo dall’Egitto e che questa non dovesse essere sottoposta a modifiche di qualsiasi genere. Costoro erano quindi dei conservatori che respingevano, con tutti i mezzi, innovazioni o cambiamenti alle regole sociali e morali su cui poggiava la società ebraica. Non credevano nel destino ed escludevano in maniera categorica la possibilità che Dio potesse influire a suo piacimento nelle azioni umane, ritenendo l’uomo l’unico artefice della propria vita avendo ricevuto da Dio stesso la facoltà del libero arbitrio, cioè la capacità di saper discernere fra il bene e il male.
Non credevano nella resurrezione dei morti non essendo questa chiaramente delineata dalla legge scritta. Sul piano socio-politico i Sadducei, rappresentanti dell’alta aristocrazia sacerdotale, dei grandi proprietari fondiari, degli anziani e dei ricchi commercianti avevano la gestione del Tempio che, oltre ad essere il centro religioso per eccellenza, era anche il fulcro economico del paese. Nel Tempio convergevano, infatti, tutte le ricchezze derivanti dalle imposte. I Sadducei si erano sempre assoggettati ai voleri delle nazioni pagane che avevano conquistato la Palestina con i loro eserciti. Furono favorevoli, nel II secolo a.C., al processo di ellenizzazione voluto dagli occupanti Seleucidi ed ora erano dei collaborazionisti con l’occupante Romano, poiché da questi ultimi dipendeva il loro potere e la loro autorità, ma erano odiati dalle classi proletarie del Paese poiché imponevano loro un giogo fiscale duro e spietato.
I Farisei, fieri avversari del processo di ellenizzazione del II secolo a.C., avevano in somma considerazione la Torah data al popolo ebraico dal Sommo Legislatore, ma ritenevano che accanto alla legge scritta si dovesse affiancare una parallela legge orale, molto più ampia ed articolata, che doveva regolare tutti quegli aspetti e quelle problematiche della vita pratica che la legge scritta non poteva prendere in considerazione. Si sviluppò così, ad opera dei Farisei, un’immensa quantità di norme e precetti sulle più svariate manifestazioni della vita quotidiana che rinvigorivano ed attualizzavano la legge ma che, in un certo qual modo, rendevano problematica la conduzione della vita stessa dei ceti popolari più umili e poveri.
I Farisei credevano nella resurrezione dei corpi ed all’immortalità dell’anima ed attribuivano ogni cosa al volere di Dio. Essi godevano, sicuramente più dei Sadducei, dell’appoggio popolare perché provenivano per lo più  dal ceto degli artigiani, dei piccoli mercanti, dei piccoli proprietari. Erano legati fra loro da vincoli molto stretti che li inducevano a non venire a contatto con tutto ciò e con tutti coloro che erano ritenuti impuri. Per questa loro tendenza a mantenersi separati essi non legavano con la grande massa giudaica ignorante e rozza chiamata da essi il”popolo della terra”, poiché, a causa delle loro misere condizioni non avevano né il tempo, né la voglia di dedicarsi allo studio ed alla conoscenza della legge.
Nei Vangeli gli Scribi sono spesso affiancati ai Farisei; infatti anche Gesù li accomunò quando lanciò contro di loro la famosa invettiva: “Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti […]” (Mt 13, 33). Ora questo stretto accostamento che sembra fondere insieme le due caste, in realtà non è pertinente poiché lo scriba rappresentava l’uomo della legge per eccellenza, essendo colui che tramandava alla posterità, con estrema chiarezza lo statuto della nazione ebraica: la Torah. All’epoca di Gesù gli scribi erano in maggioranza di estrazione sociale farisaica, poiché erano coloro che, a differenza dei Sadducei, venivano a contatto con le grandi masse giudaiche e ne curavano, di conseguenza, la formazione spirituale. Fu proprio a causa di questa continua catechesi delle masse popolari che gli Scribi venivano confusi ed accomunati ai Farisei.
Bisogna sottolineare, però,  che l’occupazione militare del Paese e la pressione fiscale romana, che si consolidava con la collaborazione delle classi dirigenti ebraiche spinsero le classi meno abbienti ebraiche ad intraprendere una disperata lotta armata contro Roma che sfociò, nel 70 d.C., nella distruzione di Gerusalemme e del suo magnifico Tempio. Questi rivoltosi erano gli Zeloti che vedevano nella lotta armata l’unica strada, l’unico mezzo per cacciare i Romani dalla Palestina. Giuseppe Flavio rivela che gli Zeloti “hanno un ardentissimo amore per la libertà e ammettono come unico capo e Signore il Dio di Israele; non badano punto a subire le morti più straordinarie e punizioni di parenti e amici pur di non riconoscere come signore Dio alcun uomo”. Avevano uno smisurato amore per la Torah e fu appunto per questa loro caratteristica che furono chiamati Zeloti cioè “zelanti della sacra legge”. Si può dire, quindi, che essi rappresentavano il braccio armato di quella numerosissima frangia di ebrei meno abbienti che erano pronti ad ingaggiare con i Romani una lotta armata senza quartiere che non dava loro, però, alcuna speranza di vittoria.
C’erano poi gli Erodiani, menzionati sia nel Vangelo di Marco ( Mc 3, 6) che in quello di Matteo (Mt 22, 16), che sono contrari all’evangelizzazione di Gesù, anzi in alcuni casi cercano addirittura di ucciderlo. Molti studiosi israeliani, come ad esempio Y. Yadin, identificano gli Erodiani con una setta che, intorno al II secolo a.C., si era distaccata dal Tempio di Gerusalemme e si era ritirata a vivere sulla sponda occidentale del Mar Morto, oggi chiamata Qumran. I membri di questa setta sono gli Esseni così descritti da Giuseppe Flavio: “Sono Giudei di nascita legati da mutuo amore più strettamente degli altri. Essi respingono i piaceri come un male mentre considerano virtù la temperanza ed il non cedere alle passioni”, mentre Filone Alessandrino afferma quanto segue: “Nessun Esseno prende moglie perché la donna è egoista, estremamente gelosa, abile nell’irretire i costumi del marito e nel sedurlo con sortilegi”.
Gli storici antichi così si esprimono nei confronti degli Esseni: “Dispregiatori della ricchezza, presso di loro è ammirevole la vita comunitaria: invano si cercherebbe fra loro qualcuno che possegga più degli altri. C’è in effetti una legge che quelli che entrano nella setta cedano il patrimonio alla corporazione, cosicché in tutti loro non appare né l’umiliazione della miseria né l’alterigia della ricchezza, bensì essendo fusi insieme gli averi di ciascuno, hanno tutti, come fratelli, un solo patrimonio”. Nel 1947 furono scoperte sulla sponda occidentale del Mar Morto, oggi denominata Qumran, undici grotte che contenevano migliaia e migliaia di manoscritti risalenti tra il II secondo secolo a.C. e IL 68 d.C. che rappresentano l’intera biblioteca essenica nascosta in quelle grotte prima della distruzione di Qumran ad opera dell’esercito Romano. Lo studio di questi documenti, oltre a confermare quanto descritto dagli storici dell’epoca, hanno svelato nuovi aspetti, nuove forme di organizzazione comunitaria e da essi si è avuta anche la conferma che una frangia di questa setta viveva a Gerusalemme in un apposito quartiere essenico.
Dopo aver tracciato un quadro riassuntivo dei gruppi religiosi e di potere esistenti in Israele agli inizi del I secolo d.C. dobbiamo chiederci quale di queste filosofie influenzò ed attrasse maggiormente l’interesse del giovane Gesù. Sicuramente egli vagliò con molta accuratezza quali fossero i principi basilari che amalgamavano e davano consistenza politica e religiosa ai vari gruppi e, con ogni probabilità, scelse di entrare a far parte del gruppo che riteneva più idoneo a dare risposte alle mille domande che si era posto sul senso della vita, sui rapporti che intercorrevano fra le varie classi sociali esistenti in Israele, sul rapporto dei gruppi con il Dio dei loro padri  di cui egli si sentiva figlio.
Poté Gesù condividere la filosofia dei Sadducei? Sicuramente no! Perché costoro rappresentavano l’aristocrazia sacerdotale che gestiva l’enorme ricchezza derivante dalle entrate tributarie al Tempio. Erano, inoltre, collaborazionisti con l’occupante romano che da circa un secolo vessava il popolo con tasse e balzelli per mantenere il suo l’esercito d’occupazione. Poté Gesù approvare e condividere le idee politiche e religiose degli Scribi e dei Farisei? Anche in questo caso la risposta è negativa, ma le motivazioni sono più complesse ed articolate rispetto alla totale incompatibilità di vedute che esisteva fra Gesù ed i Sadducei. Con ogni probabilità Gesù approvava l’intransigenza dei Farisei nell’applicazione della Torah, condivideva con essi il concetto della resurrezione dei corpi, approvava l’idea religiosa che fosse la mano do Dio a guidare le azioni dell’uomo. Gesù condannò, però, l’esteriorità dei Farisei e degli Scribi ed esortava le folle che lo ascoltavano a non imitare i loro comportamenti: “Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, perché girate per mare e per terra per fare un solo proselito e quando lo è diventato lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi” (Mt 23, 13-15). “Guai a voi Scribi e Farisei ipocriti, perché rassomigliate a sepolcri imbiancati, i quali, visti da fuori paiono splendidi, ma dentro sono pieni di ossa e di putredine” (Mt 23, 27). Gli anatemi che Gesù lanciò contro gli Scribi ed l Farisei indicano in modo chiaro e netto che non poteva esistere nessun punto di accordo fra loro.
Poté Gesù essere in accordo con le idee estremiste e con la azioni violente dell’ideologia zelota? Gesù, agli inizi della sua carriera, aborriva ogni forma  di violenza e credeva fermamente che qualsiasi controversia si potesse risolvere con il dialogo e con comportamenti non lesivi dell’altrui dignità: “Tutto quanto desiderate che gli uomini facciano a voi, fatelo anche voi a loro” (Mt 7, 12); (Lc 6, 31). “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mc 12, 31). Anche se all’inizio Gesù non approvava la filosofia zelota bisogna evidenziare che, con il passare del tempo, egli non poté fare a meno di assumere atteggiamenti intransigenti ed inflessibili, progressivamente rivoluzionari nel momento in cui si rese conto che la sua predicazione pacifica non sortiva gli effetti desiderati.
Bisogna ora vagliare ed analizzare l’ultima possibilità: è lecito credere che Gesù provasse simpatie per gli Esseni? E’ possibile che le sue idee politiche e religiose collimassero con quelle della comunità essenica che si era ritirata a vivere, in isolamento, sulle sponde occidentali del Mar Morto? E’ possibile pensare che Gesù abbia trascorso gran parte della sua vita nascosta a Qumran insieme agli Esseni dedicandosi completamente allo studio delle Sacre Scritture?
Ora, tutti gli elementi conoscitivi sulla setta essenica descritti dagli antichi cronisti e le ulteriori argomentazioni scaturite dagli approfonditi studi sui manoscritti del Mar Morto devono essere confrontati e comparati con situazioni, fatti, elementi teologici riportati sul Nuovo Testamento che, sostanzialmente raccontano la storia terrena di Gesù di Nazareth. Da questo confronto emergerà una situazione che permetterà di stabilire, con approssimazione significativa, se Gesù trascorse la sua vita sconosciuta a Qumran da affiliato della setta essenica e se fu proprio questo il luogo in cui egli ebbe la possibilità di apprendere ed approfondire, per mezzo di uno assiduo studio dei testi, tutti i segreti delle Sacre Scritture diventando così quel meraviglioso Maestro che sapeva dare risposta a qualsiasi quesito o domanda gli si ponesse. Tutto ciò verrà discusso nel mio prossimo articolo relativo al mese di giugno 2015.

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