Il falso mistero della vita nascosta di Gesù (4)

Negli articoli relativi al titolo “Il falso mistero della vita nascosta di Gesù(1) (2) (3)” ho avanzato l’ipotesi di un ingresso di Gesù all’interno della setta essenica in cui poi egli visse, con molta probabilità, per circa 18 anni immergendosi completamente nello studio e nella esegesi delle Sacre Scritture. La formulazione di questa ipotesi è scaturita attraverso un confronto fra il contenuto dei manoscritti del Mar Morto ed il contenuto del Nuovo Testamento.
Tale confronto è stato determinante per aiutare a capire se Gesù condivise in maniera totale e completa gli ideali e l’intero progetto teologico della setta o se nel modo di essere degli Esseni, cioè nelle loro azioni, nella loro formazione spirituale, nel loro modo di essere vi fossero elementi pratici, teologici e ideali che egli, nel corso della sua permanenza a Qumran, non poté più accettare e condividere.
Bisogna inoltre capire se gli elementi di incompatibilità ideale diventarono sempre più inconciliabili e se diedero luogo ad atti di aperta contestazione da parte di Gesù; è di importanza fondamentale, inoltre, individuare quali furono i principi ideali e pratici essenici che Gesù respingeva e conoscere quale fu la reazione dei vertici della setta nei confronti di un Gesù ribelle e contestatore che aveva accettato di diventare, con apposito giuramento, membro a tutti gli effetti della comunità essenica.  In questo articolo saranno esaminati tutti quegli elementi pratici ed ideali che Gesù condivideva con gli esseni e che, con ogni probabilità, egli ritenne essere una base ideologica sufficiente per entrare a far parte della comunità di Qumran.
Sia Gesù, sia gli Esseni vedevano nel deserto il luogo ideale in cui poter pregare liberamente, rendere lodi a Dio ed elevare il pensiero verso le più alte vette di spiritualità. Gli Esseni, nel momento in cui decisero di separarsi dall’aristocrazia del Tempio e dai sommi sacerdoti illegittimi, scelsero il deserto per dar corso alla profezia di Isaia (1QS VIII, 13-14) così come fece Giovanni Battista che scelse il deserto per portare la sua parola alle masse ebraiche influenzato, anche lui, dagli scritti del profeta Isaia (Mc 1, 1-3). Lo stesso Gesù, dopo aver ricevuto il battesimo da Giovanni ed aver preso coscienza della sua figliolanza divina, si ritirò nel deserto per meditare e provare a sè stesso l’immunità dalle tentazioni del demonio (Mt 4, 1-2). Traspare quindi, dai manoscritti del Mar Morto e dal Nuovo Testamento una comune predilezione per il deserto identificato dagli Esseni e da Gesù come il luogo in cui l’uomo, lontano dalle tentazioni e dalle passioni peccaminose, avesse potuto ritrovare la sua vera essenza, la sua piena umanità.
Sia Gesù, Sia gli Esseni, credevano nell’esistenza di uno spirito malvagio che continuamente ed apertamente sfidava il potere di Dio. Nel Nuovo Testamento questo spirito malvagio che, con tenacia e perseveranza, sfida continuamente l’uomo per indurlo al peccato è chiamato Satana (Mt 12, 22-28); (Mt 16, 21-23) mentre nei rotoli del Mar Morto è chiamato Belial (1 QS I, 18); (1 QM I, 1-5).
Il Tempio di Gerusalemme  era visto da Gesù e dagli Esseni come il luogo sacro per eccellenza perché era nel Santa Sanctorum del grande e possente edificio che Dio aveva posto la sua residenza terrena. Ambedue pensavano però che, più dei sacrifici cruenti di innocenti animali che si immolavano continuamente sugli altari officiati da sacerdoti illegittimi ed impuri, la preghiera, la tolleranza e l’amore per il prossimo fossero le offerte sacrificali più gradite al Dio di Israele (1 QS IX, 4-5); (Mt 12, 7); (Mc 12, 28-34).
Sia gli Esseni, sia Gesù ritenevano opportuno che per rendere la società umana più giusta e più vicina al volere di Dio era necessario che tutti gli averi ed i possedimenti dei singoli affiliati fossero messi in comune ed a disposizione di tutta la comunità. Si riusciva così non solo a soddisfare i bisogni materiali di tutti i membri della setta, ma veniva estirpata e vinta la piaga sociale della povertà causata, in massima parte, dall’avidità e dalla cupidigia di uomini disonesti e di pochi scrupoli. Nei manoscritti di Qumran ogni singolo discepolo si impegnava a versare nelle casse comuni della setta non solo tutti i suoi beni, ma metteva a disposizione della comunità anche il frutto del suo lavoro e del suo sapere (1 QS I, 11-12); (1 QS V, 1-2); (1 QS VI, 19-22). Gli autori classici (Giuseppe Flavio, Filone Alessandrino, Plinio il Vecchio) confermano una forma di comunismo posta in essere dagli Esseni. Nel Nuovo Testamento la comunione dei beni è attestata sia all’interno del gruppo dei discepoli di Gesù (Lc 8, 2-3); (Gv 13, 28-29) sia nella comunità cristiana primitiva che sicuramente ereditò le regole e le norme messe in atto da Gesù stesso. Si afferma infatti che: << Tutti i credenti erano poi insieme ed avevano tutte le cose in comune, vendevano le possessioni e gli averi e li ripartivano fra tutti secondo che alcuno ne avesse bisogno >> (At 2, 43-44). La messa in comune degli averi, pur non essendo un obbligo, era considerata, nella prima comunità cristiana di Gerusalemme un dovere morale (At 4, 32-37). Si commetteva grave peccato nel caso in cui, per cupidigia o per avarizia si versava nella cassa comune meno di ciò che era stato preventivato, così come avvenne nel celebre episodio di Anania e Saffira (At 5, 1-11).
Gli Esseni di Qumran e Gesù condividevano il principio di castità. In particolar modo Gesù ritenne opportuno di dover dedicare tutto il proprio essere a Dio in funzione della sua autocoscienza di sentirsi un suo figlio. Dovendo dedicare al Signore tutto il suo amore, la sua inesauribile fede e tutte le sue energie per poter adempiere la sua divina volontà, Gesù non avvertì il bisogno di avere accanto a sé una donna che potesse dargli dei figli. Proprio in funzione di questa sua vocazione egli si sentì esentato dal rispetto di uno dei più importanti principi della legge mosaica: << Siate fecondi e moltiplicatevi >>. Gli Esseni di Qumran osservavano scrupolosamente il celibato considerandosi, come Gesù, sposati a Dio, non avvicinavano la donna per motivi di purità rituale dovuta al mestruo ritenendola infida, impura ed abilissima nell’irretire e deviare i costumi del marito.
Gesù e gli Esseni erano entrambi di razza ebraica e vissero la loro vita nel medesimo territorio: la Palestina. La loro fede nell’unico Dio era totale e ritenevano che la legge, la Torah, seppur con le dovute differenziazioni, era il fondamento, la pietra angolare su cui dovevano essere basati i comportamenti e le azioni del popolo ebraico affinché questo, nel corso dei secoli, potesse continuare ad essere il popolo prediletto del Signore.
Le similitudini, appena messe in evidenza, fra gli ideali degli Esseni e quelli di Gesù tratte da un confronto fra i contenuti dei manoscritti del Mar Morto ed i contenuti del Nuovo Testamento, appaiono importanti e significative ed inducono a ritenere che Gesù stesso, alla ricerca di una scuola da cui apprendere non solo la storia del popolo ebraico, ma anche tutte le più recondite sfaccettature della Sacra Legge, le abbia potuto ritenere una base sufficientemente significativa per entrare a far parte della comunità essenica di Qumran stanziata, da oltre due secoli, sulla sponda occidentale del Mar Morto.
Naturalmente Gesù dovette assoggettarsi alle severe norme comportamentali sancite dallo statuto della setta in merito al rito d’ingresso, regolarizzato da apposito giuramento di fedeltà (1 QS V, 8-9),  ai tempi di preghiera, ai pasti comunitari scanditi da tempi programmati, alle purificazioni mediante abluzioni in acque purissime (CD X, 10-13) fino al rispetto assoluto delle norme riguardanti i principi religiosi così come furono interpretati e tramandati dal “Maestro di giustizia” (1 QS VII, 1-22). Probabilmente nel corso della sua lunga permanenza a Qumran, quotidianamente impegnato nelle preghiere e nel continuo approfondimento dei sacri testi, ma anche alla luce della sua futura predicazione, Gesù cominciò a rendersi conto che la sua sensibilità, la sua coscienza, i suoi ideali non gli permettevano più di accettare una buona parte dello statuto normativo essenico che pur inizialmente era stata una base sufficiente per condividere ed accettare il rigido protocollo della setta. Egli si rese conto che anche nell’interpretazione e nell’esegesi della Torah differenze sostanziali ed inconciliabili cominciavano ad allontanare il suo pensiero dall’impostazione che proponeva la teologia ufficiale della setta.
Sicuramente Gesù sapeva che se avesse esternato i suoi pensieri ed il suo diverso approccio teologico nei riguardi di quelle normative ritenute fondamentali, si sarebbe messo in contrasto con i vertici della comunità incorrendo nelle severe sanzioni previste per coloro che contestavano sia le norme sia i principi ideologici e religiosi (1 QS  VII, 17-24). Per poter conoscere i più importanti elementi che mettevano in contrasto e differenziavano le posizioni degli Esseni dalle posizioni di Gesù occorre applicare la stessa metodologia del confronto fra i contenuti dei manoscritti del Mar Morto ed i contenuti del Nuovo Testamento utilizzata in questo articolo per ricercare e stabilire invece le posizioni che accomunavano il pensiero degli Esseni con il pensiero di Gesù. Ed è proprio ciò che sarà fatto nel mio prossimo articolo.

Bibliografia: I manoscritti di Qumran – A cura di Luigi Moraldi – casa editrice TEA. 

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