L’attesa messianica

Dopo la pubblicazione di ben quindici articoli sul concepimento, sulla nascita, sull’adolescenza e sulla vita nascosta di Gesù di Nazareth, che hanno avuto lo scopo di ristabilire, in un certo qual modo, le verità storiche e teologiche sulla sua figura e sui tre decenni della sua vita mi accingo, con i medesimi approcci, ad analizzare capillarmente gli inizi della sua carriera di predicatore itinerante in terra di Palestina senza tralasciare gli aspetti socio economici e politici esistenti in Israele che, sicuramente, influenzarono in maniera determinante la sua azione rivoluzionaria e riformatrice.
L’inizio del I secolo d.C. fu caratterizzato dal riacutizzarsi delle tensioni politiche e sociali fra il popolino ebraico da una parte e le classi dominanti di Israele dall’altra. Queste ultime, rappresentate dai Sadducei, dai ricchi proprietari fondiari, dai grandi commercianti, collaboravano con l’occupante romano soprattutto per poter mantenere le loro ricchezze ed i loro privilegi, in dispregio delle antiche tradizioni ebraiche e della stessa religione dei padri che vietava qualsiasi contatto con i pagani impuri, adoratori di idoli e di falsi dei.
Le rendite della casta sacerdotale derivavano, in massima parte, dal versamento obbligatorio, da parte del cosiddetto “popolo della terra”, delle decime di tutti i prodotti nelle casse e nei depositi del tempio. I grandi commercianti traevano lucrosi guadagni dalle vendite al Tempio degli animali necessari per i quotidiani sacrifici e dalla distribuzione dei prodotti sull’intero territorio della Palestina. I grandi proprietari fondiari si erano arricchiti e seguitavano ad arricchirsi con la produzione agricola necessaria all’economia del paese. La classe dominante collaborava con i Romani non solo per salvaguardare i propri interessi, ma anche per assicurare stabilità politica al paese, che rappresentava una delle condizioni necessarie per evitare che i Romani potessero intervenire militarmente e spazzare via, con le loro potenti legioni, qualsiasi tentativo di destabilizzazione della nazione.
La stragrande maggioranza del popolo ebraico era formata da contadini piccoli proprietari, da contadini alle dipendenze delle grandi proprietà fondiarie, da piccoli artigiani e loro dipendenti ed infine da una grande massa di lavoratori che viveva di lavoro saltuario e che, con molto sacrificio, riusciva a portare avanti una vita fatta di rinunce e di stenti. Questa massa di popolo era in un continuo e febbrile stato di tensione poiché, oltre al miserevole stato in cui versava constatava, con estrema sofferenza, che era venuto meno il rispetto per l’antica religione dei padri e per le tradizioni ebraiche e aspettava, con ansia, un’azione potente del proprio Dio che, per mezzo di un Messia liberatore, potesse riportare Israele alla sua antica dignità sconfiggendo e cacciando dalla Palestina l’occupante romano.
Anche la setta degli Esseni, che si era ritirata a vivere nel II° secolo a.C., al tempo dei Maccabei, sulle rive occidentali del Mar Morto aspettava, proprio all’inizio del I° secolo d.C., la fine imminente dei tempi. Credevano infatti che l’occupazione romana, avvenuta nel 63 a.C. ad opera di Pompeo, fosse una punizione  inflitta da Dio al popolo giudaico per il suo lassismo nell’osservanza e nel rispetto dell’antica legge rivelata a Mosè sul monte Sinai. Gli Esseni, come la maggior parte del popolo ebraico, erano convinti che i tempi fossero maturi e che Dio, dopo aver distrutto gli eserciti dell’occupante romano, avrebbe instaurato in Israele un nuovo regno in cui, sotto la guida di un Messia davidico, avrebbero trovato posto tutti gli uomini pii e virtuosi, rispettosi della legge mosaica, delle antiche tradizioni e della giustizia di Dio. (CD XIV, 19). Nella “Regola della guerra” (1 QM), scritta intorno alla prima metà del I° secolo d.C., rinvenuta a Qumran nel 1947, sono descritte le norme e le strategie per poter affrontare l’imminente battaglia voluta da Dio per la distruzione e la definitiva sconfitta “Dell’esercito dei Kittim” che la maggior parte degli studiosi identifica con la legioni romane che occupavano la Palestina.
Giuseppe Flavio, la storico per eccellenza della storia di Israele, afferma che: << Ciò che incitò maggiormente alla guerra i Giudei fu un’anbigua profezia ritrovata ugualmente nelle sacre scritture, secondo cui, in quel tempo uno proveniente dal loro paese sarebbe diventato il dominatore del mondo>>. Alcuni studiosi  contemporanei, nella loro esegesi biblica, hanno sostenuto che l’ambigua profezia cui fa riferimento G. Flavio è contenuta nel libro di Daniele in cui è più volte vaticinata non solo la venuta di un re Messia potente mandato da Dio e discendente dello stesso casato del re Davide, ma addirittura la profezia indica la data approssimativa della sua comparsa e quindi l’inizio della sua azione potente per cacciare i Romani dalla Palestina.
Il primo oracolo messianico è descritto al capitolo secondo del libro di Daniele, dove il profeta stesso deve indovinare ed interpretare un sogno fatto dal re babilonese Nabucodonosor. Nel sogno il re osserva che un piccolo sasso, rotolando lungo le pendici di un monte, colpisce i piedi di una statua costruita con cinque materiali diversi distruggendola e frantumandola in molteplici pezzi. Nel sogno << La pietra che aveva colpito la statua divenne una grande montagna che riempì tutta la regione>> (Dn 2, 31-35) e conclude affermando che << Il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto, stritolerà ed annienterà tutti gli altri regni mentre esso durerà per sempre>> (Dn 2, 44).  Si è affermato, con arroganza e sicumera, che l’oracolo di Daniele si riferisce al regno di Dio instaurato da Gesù cioè quel regno celeste rappresentato e retto nei secoli  dalla Chiesa cattolica.
L’esegesi biblica cattolica pensa di aver trovato nel libro di Daniele anche la data approssimativa dell’inizio del regno messianico: << Settanta settimane sono fissate […] per ungere il Santo dei Santi (il Messia) >> (Dn 9, 24). Per l’arrivo del re Messia, dell’Unto del Signore l’oracolo afferma che dovranno passare 490 anni. In effetti le settimane di cui parla il profeta sono settimane di anni. Il computo degli anni (70 x 7 = 490) dovrà iniziare a partire << Da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme >> (Dn 9, 25). La parola cui fa riferimento il profeta Daniele è, con ogni probabilità, il decreto emanato da Ciro di Persia nel 538 a.C. che permise la liberazione dei Giudei dall’esilio babilonese ed il loro rientro in patria per ricostruire la Città Santa.
Ora, andando avanti nel tempo di 490 anni a cominciare dal 538 a.C. si giunge alla determinazione di una data: 48 a.C. (538-490=48). Gli studiosi cattolici pensano che, nella millenaria storia di Israele la data sopraindicata, 48 a.C., risulta essere straordinariamente vicina alla data di nascita di Gesù (5 a.C.) che i cristiani e la Chiesa hanno ritenuto e ritengono tutt’ora essere il Figlio carnale di Dio. Si deve però obbiettare con forza e determinazione che il profeta Daniele e gli Ebrei aspettavano un Messia, un liberatore del popolo ebraico e non il Figlio carnale di Dio concepito, alcuni secoli dopo, solo ed esclusivamente dalla teologia cattolica.
In effetti, secondo Giuseppe Flavio i Giudei dell’inizio del I° secolo d.C. presero un grosso abbaglio nel ritenere che il re Messia, il Liberatore di Israele, che doveva apparire sulla scena politica e religiosa sarebbe stato un loro connazionale, poiché in realtà << La profezia ( Di Daniele) si riferiva al dominio di Vespasiano acclamato imperatore di Giudea >>. Alle interpretazioni di G. Flavio circa gli oracoli delle sacre scritture danno credito anche due grandi storici latini: Tacito e Svetonio. Tacito conferma che: << Più grande sarebbe stata la potenza dell’oriente e uomini usciti dalla Giudea avrebbero conquistato il mondo. Il vaticinio si riferiva a Vespasiano e Tito >>. Svetonio dice che: << Era destino che in quel tempo uomini usciti dalla Giudea avrebbero conquistato il mondo. Tale predizione, come mostrano gli eventi, riguardava un imperatore romano >>.
Lo scopo di questo articolo è ancora una volta quello di ristabilire le verità non solo per dare agli Ebrei ciò che appartiene agli Ebrei ma anche per salvaguardare la vera essenza e la dignità della storia ebraica. Si assiste, infatti, ad opera di forze esterne ostili ad Israele ( Nel I°secolo d.C. Roma e nei secoli successivi la Chiesa cattolica) ai continui tentativi di portar via ad Israele la sua indomita fede nell’unico Dio esistente e di appropriarsi, indebitamente, di quella fede e di quelle verità che avevano fatto del popolo ebraico un popolo unico nella storia del mondo. L’attesa messianica dell’avvento del Regno di Dio cambia prospettiva e si trasforma, grazie all’opinione dell’ebreo collaborazionista di Roma G. Flavio, nella falsa prospettiva che gli oracoli delle sacre scritture sull’avvento del re Messia fossero, in realtà, riferiti alla potenza degli imperatori romani. Alcuni secoli dopo la Chiesa cattolica, uscita dal seno dell’ebraismo, si appropria, come fece G.Flavio, dell’idea stessa di libertà che il popolo ebraico riponeva nella venuta del re Messia poiché, secondo i cristiani, l’Unto del Signore , il Liberatore di Israele predetto dalle sacre scritture era già venuto sulla terra e poteva essere identificato in quel Gesù di Nazareth crocifisso dai Romani. In realtà, pur essendo passati svariati secoli dai fatti storici sopracitati, il popolo ebraico, nel pieno rispetto della sua storia, è ancora oggi in attesa del suo Messia liberatore.

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