Il Regno di Dio (1)

Con la pubblicazione degli articoli precedenti si son voluti mettere in evidenza tutti gli aspetti salienti riguardanti il personaggio storico Gesù di Nazareth cioè le sue origini, la fanciullezza, la sua preparazione culturale, nonché tutte le fasi preliminari necessarie per dar corso alla sua vera missione politico-rivoluzionaria badando bene, però, a selezionare e ad eliminare, dal racconto evangelico, tutte quelle formulazioni fantasiose, fondamentalmente irrazionali, costruite e suggerite dagli evangelisti con lo scopo evidente di elevare Gesù al rango di figlio di Dio. Venne fondata così, sulla sua divinità, una religione, la religione cristiana necessaria, alle classi sacerdotali, per acquisire potere spirituale e partecipare, insieme al potere temporale, alle gestione di tutte le decisioni politiche di governo della società umana.
Il Regno di Dio è il primo tema politico che Gesù, nei Vangeli, pone all’attenzione del suo uditorio per cui, anche in questo caso, si dovrà fare un’attenta analisi della narrazione per separare i reali intendimenti politici di Gesù,  dalle irrazionali formulazioni teologiche costruite dagli evangelisti, sempre interessati a mantenere il popolo in uno stato di perpetua ignoranza per poter meglio manipolare le coscienze e mantenere inalterato, nel tempo, il loro potere. Gesù non ha mai dato una definizione precisa e dettagliata del suo Regno di Dio, mentre gli evangelisti sono stati bene attenti a mettere in evidenza e ad esaltare solo quegli aspetti di carattere trascendentale che facevano del Nazzareno l’aspettato delle genti, il Figlio di Dio. Si deve sottolineare, tuttavia, che è possibile avvicinarsi ai veri intendimenti di Gesù analizzando i Vangeli in maniera più dettagliata, più approfondita, più sistematica per squarciare quei veli creati dagli interessi teologici degli evangelisti, che sono poi stati un ostacolo formidabile per la conoscenza della verità storica, ma che hanno però giustificato l’evoluzione della teologia cattolica.
Si avverte quindi il bisogno di porre delle domande sul Regno di Dio. Le risposte serviranno forse a squarciare quel velo, a diradare le nebbie che per secoli hanno avvolto e nascosto le vere argomentazioni di Gesù. Qual era il pensiero di Gesù sugli aspetti scio-economici, morali, religiosi e politici della società ebraica di cui egli stesso ne era parte integrante? Sostanzialmente Gesù pensa che nel mondo attuale vive e prolifera una generazione << adultera e peccatrice >> (Mc 8, 38), << perversa e incredula >> (Mt 17, 17). Regna e si afferma la cultura del male e della sopraffazione. Gli empi sono temuti ed esaltati; i peggiori istinti dell’uomo sono portati come esempio  di vita a cui adeguarsi; grandi masse di uomini vivono nella miseria e nell’indigenza grazie allo sfruttamento sistematico effettuato da un esiguo manipolo di profittatori che, con le armi del loro potere economico, della violenza e del ricatto, impongono i loro voleri e le loro leggi. I giusti sono perseguitati, imprigionati ed uccisi; dominatori pagani occupano, con la forza delle armi, il sacro suolo di Israele rendendo schiavo il popolo prediletto da Dio. A rendere colma la misura anche la casta sacerdotale collabora con gli occupanti pagani per la difesa del loro potere, delle loro ricchezze, dei loro privilegi.
Ora corre l’obbligo di escludere con fermezza tutte le interpretazioni che offrono un’immagine di Gesù totalmente impegnato ad esplicitare, alla masse popolari  che lo seguono, messaggi solo ed esclusivamente di natura spirituale e trascendentale e non interessato, invece, a tutti quegli sconvolgimenti politici che numerosi si verificavano mentre era in vita e che turbavano profondamente la vita quotidiana del popolo ebraico. E’ impossibile pensare che un Gesù ebreo, con cultura essenica non abbia, in qualche modo, contestato o criticato la politica oppressiva e repressiva dei romani appoggiata dalla casta sacerdotale ebraica che collaborava con il nemico i quali, grazie alla potenza delle armi, della loro organizzazione militare e del potere religioso ebraico che gestiva le ricchezze del Tempio, rendevano schiavi il suo popolo ormai da circa un secolo (63 a. C.). Gli evangelisti scrissero i Vangeli nel momento in cui il cristianesimo cominciava a prendere corpo e ad espandersi anche all’interno dell’Impero Romano, grazie all’azione missionaria di Paolo di Tarso. I romani, dopo aver distrutto, nel 70 d.C., Gerusalemme e spazzato via dalla Palestina qualsiasi forma di ribellione, erano in continuo allarme e mal tolleravano opposizione e critiche alla loro politica, in special modo quando provenivano da quelle frange ebraiche che, con tanto patriottismo e tanta caparbietà, si erano battute contro di loro durante la guerra giudaica.
Proprio per non subire ritorsioni e persecuzioni dal potere romano gli evangelisti preferirono smorzare i toni, attenuare le divergenze giudaiche con il potere costituito romano e presentarono nei Vangeli un Gesù quasi indifferente ed estraneo alla oppressiva presenza romana in Palestina. Dai Vangeli, però, è possibile estrarre numerosi passi che identificano in Gesù quel Messia ebreo che, secondo la concezione giudaica, doveva avere come obbiettivo primario la liberazione del popolo ebraico dall’oppressione degli occupanti pagani, che rappresentavano un’offesa permanente all’autorità dell’unico Dio d’Israele. E’ quindi riduttivo sostenere che Gesù ed i suoi seguaci furono semplicemente dei riformatori morali, avulsi ed indifferenti ai drammatici avvenimenti politici che tanto dolore e tanta sofferenza causavano all’interno della società ebraica. In effetti si evince, dai Vangeli, che il popolo ebraico accolse Gesù come il Messia liberatore, il figlio di Davide, allorché fece il suo ingresso trionfale in Gerusalemme a capo del suo movimento. Sicuramente Gesù conosceva bene l’efficienza dell’esercito romano, la sua invincibilità e la durezza che adottava nella repressione dei tumulti e delle ribellioni di popolo. Sicuramente aveva assistito ed era stato testimone oculare delle migliaia e migliaia di crocifissioni che i romani, con somma efferatezza, avevano consumato per reprimere i frequenti tentativi di rivolta messi in atto dai fondamentalisti zeloti. Allora, come poteva pensare di sconfiggere e cacciare fuori dalla sua terra gli occupanti pagani? Con quali mezzi, con quali armi e con quali strategie avrebbe fatto fronte a quella potente ed invincibile macchina da guerra che era stata in grado di conquistare un immenso impero e di sottomettere alla sua politica intere nazioni dotate, a loro volta, di potenti eserciti?
Gesù non aveva eserciti organizzati, né potenti armi di offesa, aveva però, entro di sé, una grande e potente forza individuale che lo spingeva ad andare avanti per portare a termine la sua missione: un’infinita fede nell’unico Dio dei suoi padri che lo avrebbe sostenuto nell’impari lotta. Come afferma E.P. Sanders << Il Dio di Israele non era forse intervenuto per liberare il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto? non lo aveva forse salvato sottraendolo all’ira del faraone con la separazione delle acque del Mar Rosso? Non lo aveva forse sfamato e nutrito nel deserto con la manna? Non aveva forse affidato a Mosè, sul Monte Sinai, le leggi divine per dare salvezza e dignità di nazione al popolo d’Israele? Ma con quali modalità, con quali segni si sarebbe manifestato il Regno di Dio? Ci sarebbe stata una una trasformazione materiale dello stato di cose voluta dalla potenza dello stesso Dio ed un totale capovolgimento dell’ordine costituito, ci sarebbero state guerre, lacerazioni e pene indicibili perché il fratello avrebbe messo a morte il fratello, I figli sarebbero insorti contro i genitori, sarebbero stati deposti i re delle nazione che, a causa del loro dispotismo, sarebbero stati precipitati nel più profondo degli inferi (Mt 6. 19-24). Gli accumulatori di grandi quantità di beni materiali ed i possessori di grandi ricchezze sarebbero stati ridotti nella più nera miseria perché a loro sarebbero state tolte le ricchezze accumulate con l’ingiusto sfruttamento dei poveri e degli umili (Mt 6, 19-34); (Mc 10, 17-23); (Lc 12, 16-21); (Lc 16, 19-31).
Gesù era certo che i tempi fossero maturi e che il Padre suo celeste, al colmo dell’indignazione, avrebbe sconfitto gli occupanti romani scacciando il loro potente esercito dal sacro suolo della patria. Forse pensava di aver ricevuto da Dio stesso l’investitura ad essere il Figlio dell’Uomo con il compito di giudicare e rinnovare l’attuale generazione per far sì che si instaurasse in Israele l’agognato Regno di Dio.
Gesù era stato sempre consapevole della sua piena umanità e mai una volta ha affermato, nei racconti evangelici, di possedere un’origine divina o di essere l’incarnazione di Dio. Purtuttavia, fin dall’adolescenza, il suo animo era permeato da quella speciale vocazione mistica che lo portava a credere di avere un rapporto privilegiato con Dio: << Perché mi cercavate? Non sapete che io mi devo occupare di quanto riguarda mio Padre? >> (Lc 2, 49). Questa è la risposta che Gesù dà ai suoi genitori quando lo trovano nel Tempio di Gerusalemme a dissertare con i dottori della legge. Con il passare del tempo, l’idea della sua filiazione con Dio divenne sempre più salda e sicura: << Tutto mi è stato dato dal Padre e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo >> (Lc 10, 22); (Mt 11, 27). Crede di essere il Figlio di Dio, ma nella stessa maniera in cui tutti gli uomini di fede lo possono credere se pur con sfumature diverse.
Nel mondo giudaico dell’epoca e nel contesto in cui visse Gesù l’idea che un uomo potesse avere dei rapporti privilegiati con Dio era un fatto normale e comunemente accettato; anzi si credeva e si dava per scontato che questi uomini illuminati potessero, con il consenso divino, compiere miracoli operando guarigioni ed esorcismi. In Palestina visse, intorno al 50 d.C. , un uomo di nome Honi famoso, si diceva, perché con l’intensità della sue preghiere e con il digiuno riusciva a provocare quei fenomeni atmosferici come la pioggia, essenziale per ottenere raccolti agricoli abbondanti. Hanina Ben Doza, vissuto in Palestina verso la fine del I secolo d.C., era un prodigioso guaritore. Costui, dice la leggenda, con la preghiera ottenne da Dio la facoltà di guarire dalla febbre, a distanza, il figlio del famoso maestro fariseo Gamaliele. Gesù era certo che Dio gli avesse data anche l’investitura per plasmare e modificare la sua divina legge affinché l’uomo, con questo strumento, potesse operare quel rinnovamento spirituale e materiale necessario per l’avvento e successivamente per il mantenimento del nuovo Regno: << Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge ed i profeti, non sono venuto ad abolire, ma a completare >> (Mt 5,17). Ma quando, secondo Gesù, si sarebbe manifestato ed avrebbe avuto inizio quella trasformazione globale voluta dalla maestà di Dio, che avrebbe dato luogo a quel radicale e drammatico capovolgimento dell’attuale stato di cose?

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P.S.

Il prosieguo del tema “Regno di Dio” sarà discusso nel capitolo il “regno di Dio (2)”. Prima però vorrei spostare l’attenzione dei lettori pubblicando, entro il mese di novembre, un articolo sugli attuali temi socio-politici e sulle scelte che il popolo italiano a breve sarà chiamato a prendere e che influiranno, in maniera determinante, sul futuro dei nostri figli.

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